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    Riscossione tributi locali 2026: quando è obbligatorio affidarsi ad AMCO

    Il Decreto PA introduce un nuovo modello per il recupero delle entrate comunali: affidamento ad AMCO obbligatorio per gli enti con un tasso di smaltimento dei residui inferiore al 35%. 

    Vediamo come funziona, quali sono le novità e cosa devono fare gli uffici tributi.

    Riscossione enti locali e AMCO

    La riscossione coattiva delle entrate degli enti locali cambia con l'ingresso di AMCO S.p.A., società specializzata nella gestione dei crediti e controllata dal Ministero dell'Economia e delle Finanze.

    La novità è prevista dall'articolo 25 del decreto-legge 7 agosto 2026, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 5 ottobre 2026, n. 174, che riscrive le disposizioni dell'articolo 2 del decreto-legge n. 193/2016.

    Il nuovo sistema consente a Comuni e altri enti locali di affidare ad AMCO la riscossione coattiva delle proprie entrate tributarie ed extratributarie. 

    In alcuni casi, però, l'affidamento non sarà una scelta: diventerà obbligatorio per gli enti con una capacità di recupero dei crediti inferiore ai parametri stabiliti dalla legge.

    Vediamo che cos'è AMCO, come nasce il suo nuovo ruolo e quali conseguenze comporta per gli enti locali.

    Che cos’è AMCO e di cosa si occupa

    AMCO, acronimo di Asset Management Company, è una società specializzata nella gestione e nel recupero dei crediti, in particolare quelli deteriorati di origine bancaria.

    La società deriva dalla precedente SGA (Società per la Gestione di Attività), operativa nell'ambito degli interventi per il risanamento del Banco di Napoli. Nel 2016 il controllo è passato al Ministero dell'Economia e delle Finanze, mentre nel 2019 la società ha assunto la denominazione AMCO.

    La sua attività tradizionale riguarda la gestione di crediti di difficile recupero, attraverso strategie finalizzate a migliorare gli incassi e favorire il riequilibrio delle posizioni debitorie.

    Con le nuove disposizioni del 2026, AMCO assume anche un ruolo nella riscossione coattiva degli enti locali, mettendo a disposizione un modello di gestione e coordinamento delle attività di recupero.

    Da quale norma nasce il nuovo ruolo di AMCO nella riscossione locale

    Il coinvolgimento di AMCO nella riscossione degli enti locali è stato inizialmente previsto dall'articolo 1, comma 662, della legge di Bilancio 2026, che ha introdotto la possibilità di affidare alla società il recupero coattivo delle entrate tributarie e patrimoniali.

    La disciplina è stata successivamente riscritta dall'articolo 25 del decreto-legge n. 144/2026, convertito dalla legge n. 174/2026.

    La nuova normativa interviene sull'articolo 2 del decreto-legge n. 193/2016 e introduce un sistema che distingue tra:

    1. affidamento facoltativo, per gli enti locali che scelgono di utilizzare AMCO;
    2. affidamento obbligatorio, per gli enti che presentano determinate criticità nella riscossione;
    3. gestione dei crediti già affidati ad Agenzia delle entrate-Riscossione, quando risultano discaricati secondo la disciplina vigente.

    Un principio fondamentale è che i crediti restano di proprietà dell'ente locale: AMCO ne gestisce la riscossione, senza acquisirne la titolarità.

    Quando diventa obbligatorio affidare la riscossione ad AMCO

    La principale novità riguarda gli enti locali che registrano risultati insufficienti nel recupero delle entrate.

    Il nuovo comma 2-ter dell'articolo 2 del DL n. 193/2016 stabilisce che l'affidamento ad AMCO è obbligatorio quando il tasso di smaltimento dei residui attivi è inferiore al 35%.

    Il parametro viene calcolato considerando i risultati degli ultimi tre esercizi relativi alle entrate tributarie e alle entrate extratributarie individuate dalla norma.

    Per il calcolo si utilizzano i dati dei rendiconti acquisiti alla Banca dati delle amministrazioni pubbliche (BDAP), applicando correttivi che tengono conto dell'anzianità dei residui.

    L'obbligo interessa anche gli enti per i quali, nell'ultimo quadriennio, non risultano acquisiti in BDAP i rendiconti di almeno tre esercizi consecutivi.

    Sono previste specifiche esclusioni, tra cui quella per gli enti con residui rilevanti inferiori al 15% degli accertamenti considerati, secondo le condizioni stabilite dalla norma.

    L'obbligo non scatta automaticamente sulla sola base del dato contabile: gli enti interessati devono essere individuati annualmente con apposito decreto del MEF.

    Come funziona l’affidamento e quanto dura

    Gli enti locali affidano il servizio ad AMCO mediante una delibera e la successiva sottoscrizione di una convenzione.

    La durata ordinaria dell'affidamento è di cinque anni, rinnovabili automaticamente una sola volta per altri cinque, salvo diversa decisione dell'ente nei termini previsti.

    Per gli enti soggetti all'obbligo, la deliberazione deve essere adottata entro trenta giorni dalla pubblicazione del decreto ministeriale di individuazione, fatte salve le regole per i contratti già in essere.

    AMCO non svolgerà necessariamente tutte le operazioni di recupero direttamente. La società si avvarrà di operatori iscritti all'albo previsto dall'articolo 53 del decreto legislativo n. 446/1997, selezionati mediante procedure competitive.

    AMCO avrà compiti di coordinamento, monitoraggio e rendicontazione, mentre gli operatori incaricati svolgeranno le attività di riscossione coattiva.

    I debitori conserveranno le tutele e le possibilità di opposizione riconosciute dalla normativa vigente.

    Quanto costa il servizio di riscossione AMCO

    Uno degli aspetti ancora da definire riguarda i costi.

    La normativa stabilisce che la remunerazione di AMCO è a carico dell'ente locale, ma demanda a un decreto attuativo del Ministero dell'Economia e delle Finanze la determinazione delle condizioni economiche.

    Restano invece a carico del debitore, nei limiti della disciplina vigente, le spese di notifica, le spese legali connesse al recupero, quelle delle procedure cautelari ed esecutive e gli interessi di mora.

    Il decreto attuativo dovrà definire anche gli aspetti organizzativi e operativi del nuovo sistema, compreso il contenuto delle convenzioni.

    Cosa cambia concretamente per gli uffici tributi dei Comuni

    La nuova disciplina richiede ai responsabili finanziari e agli uffici tributi una verifica della capacità di riscossione dell'ente.

    In particolare, i Comuni dovranno:

    • analizzare i residui attivi degli ultimi tre esercizi e verificare il tasso di smaltimento secondo la formula prevista dalla legge.
    • controllare i rendiconti trasmessi alla BDAP, per individuare eventuali omissioni.
    • verificare i contratti di riscossione in essere, con particolare attenzione alle scadenze.
    • valutare l'eventuale affidamento ad AMCO, considerando i nuovi obblighi e le condizioni che saranno definite dai decreti ministeriali.

    Per gli enti con risultati inferiori alla soglia del 35%, la riforma rappresenta un cambiamento significativo: la scelta del soggetto incaricato della riscossione coattiva potrà non essere più discrezionale.

    L'obiettivo del legislatore è migliorare la capacità di recupero delle entrate locali, riducendo l'accumulo di crediti non riscossi e rafforzando la gestione delle risorse pubbliche.

    FAQ AMCO e riscossione degli enti locali

    Che cos'è AMCO?

    AMCO è una società specializzata nella gestione e nel recupero dei crediti, controllata dal MEF, alla quale la normativa del 2026 attribuisce anche funzioni di coordinamento della riscossione coattiva locale.

    Tutti i Comuni devono affidare la riscossione ad AMCO?

    No. L'affidamento è facoltativo per la generalità degli enti locali, ma diventa obbligatorio nei casi previsti dalla legge, tra cui un tasso di smaltimento dei residui inferiore al 35%, previa individuazione ministeriale.

    AMCO sostituisce Agenzia delle entrate-Riscossione?

    Non in modo generalizzato. AMCO rappresenta un ulteriore modello di gestione della riscossione coattiva locale e può occuparsi anche di carichi precedentemente affidati ad Agenzia delle entrate-Riscossione e successivamente discaricati.

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    IMU, il pignoramento non basta: chi paga e quando si perde l’esenzione

    La sentenza n. 10991/2026 della Corte di giustizia tributaria di Roma chiarisce che il proprietario resta obbligato al pagamento dell'IMU anche con un custode giudiziario.

    Per i beni merce, senza dichiarazione, l'esenzione non spetta.

    Il pignoramento di un immobile non esonera il proprietario dal pagamento dell'IMU, neppure quando il giudice abbia nominato un custode giudiziario. 

    E per gli immobili delle imprese costruttrici destinati alla vendita, la semplice iscrizione tra i beni merce in bilancio non è sufficiente a ottenere l'esenzione.

    Sono i due principi affermati dalla Corte di giustizia tributaria di primo grado di Roma, con la sentenza n. 10991 del 9 luglio 2026, sezione 33.

    La pronuncia richiama l'attenzione su due aspetti distinti: il mantenimento della soggettività passiva IMU dopo il pignoramento e la necessità di rispettare gli obblighi dichiarativi per beneficiare delle agevolazioni.

    IMU sugli immobili pignorati: perché deve pagare il proprietario?

    La controversia nasce dall'impugnazione di un avviso di accertamento IMU relativo al 2023, per 19.951 euro, notificato a una società di costruzioni.

    La società sosteneva di non essere più soggetto passivo dell'imposta a seguito del pignoramento degli immobili da parte delle banche e della successiva nomina di un custode giudiziario.

    I giudici hanno respinto questa interpretazione, chiarendo che il pignoramento non determina il trasferimento della proprietà dell'immobile, ma comporta soltanto un vincolo di indisponibilità.

    La nomina del custode giudiziario, incaricato della gestione del bene, non modifica quindi la titolarità dell'immobile ai fini fiscali.

    Il proprietario resta soggetto passivo IMU fino al trasferimento della proprietà, anche quando non può più disporre materialmente dell'immobile.

    A sostegno della decisione, la Corte richiama l'ordinanza della Cassazione n. 5736/2013, relativa all'ICI, secondo cui l'obbligo tributario continua a gravare sul proprietario indipendentemente dall'utilizzo diretto del bene.

    Esenzione IMU beni merce: perché il bilancio non è sufficiente?

    La seconda questione esaminata dalla pronunica riguarda l'esenzione IMU per i fabbricati costruiti e destinati alla vendita dall'impresa costruttrice, i cosiddetti beni merce.

    La società aveva documentato la classificazione degli immobili non locati come beni merce attraverso le risultanze del bilancio.

    Il Comune non contestava tale qualificazione, ma aveva negato l'agevolazione per la mancata presentazione della dichiarazione IMU.

    La Corte ha confermato la posizione dell'ente impositore, richiamando la sentenza della Cassazione n. 2657/2026.

    Secondo l'orientamento richiamato, la dichiarazione IMU necessaria per fruire dell'esenzione ha natura costitutiva: la sussistenza dei requisiti sostanziali non può sostituire l'adempimento formale richiesto dalla legge.

    Ne consegue che l'iscrizione degli immobili tra i beni merce nel bilancio della società non consente, da sola, di ottenere l'esenzione IMU.

    Dichiarazione IMU omessa: quando si perde l'agevolazione?

    Il riferimento normativo è l'articolo 1, comma 769, della legge n. 160/2019, che disciplina gli obblighi dichiarativi della nuova IMU, applicabile dal 2020.

    La Corte ribadisce che il termine per presentare la dichiarazione necessaria al riconoscimento del beneficio ha carattere perentorio.

    Secondo l'interpretazione recepita dai giudici, questa natura può essere riconosciuta anche in assenza di un'espressa previsione normativa, considerando la finalità e la funzione dell'obbligo dichiarativo.

    Pertanto, l'omissione non può essere sanata attraverso altre forme di comunicazione o facendo leva sul fatto che il Comune sia già a conoscenza della destinazione degli immobili.

    Il riconoscimento dell'esenzione richiede dunque non soltanto il possesso dei requisiti sostanziali, ma anche il rispetto dell'adempimento dichiarativo previsto.

    Cosa cambia per le società con immobili pignorati o destinati alla vendita?

    La decisione evidenzia due aspetti da considerare nella gestione dell'IMU:

    • Immobili pignorati: il pignoramento e la nomina del custode giudiziario non interrompono l'obbligo di pagamento dell'imposta a carico del proprietario.
    • Immobili merce: la classificazione contabile e la mancata locazione non sono sufficienti per ottenere l'esenzione in assenza della dichiarazione richiesta.

    Nel caso esaminato, la Corte ha quindi rigettato il ricorso della società, confermando l'accertamento IMU e condannando la contribuente al pagamento di 1.000 euro di spese di giudizio.

    La sentenza ribadisce il peso degli obblighi formali nell'accesso alle agevolazioni fiscali, anche quando l'effettiva destinazione degli immobili non è contestata.

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    Canone unico, scadenze per i Comuni: entro il 14 ottobre invio delibere

    Canone unico, per i Comuni arrivano le scadenze da segnare in calendario. 

    Entro il 14 ottobre 2026 devono essere trasmesse le delibere relative all’anno in corso, mentre per gli atti degli anni 2021-2025 il termine è fissato al 31 ottobre. 

    Ecco cosa cambia e quali sono gli adempimenti previsti.

    Si avvicinano le scadenze per la trasmissione delle delibere sul canone unico da parte dei Comuni.

    Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha attivato, all’interno dell’applicazione “Gestione altri tributi comunali” del Portale del federalismo fiscale, la sezione dedicata al canone patrimoniale di concessione, autorizzazione o esposizione pubblicitaria per le annualità dal 2021 al 2025.

    L’apertura della procedura si affianca agli adempimenti già previsti per il 2026 e porta con sé un calendario preciso che gli enti locali devono tenere sotto controllo.

    Le due date principali sono:

    • 14 ottobre 2026, per l’invio delle delibere regolamentari e tariffarie relative al 2026;
    • 31 ottobre 2026, per l’inserimento delle delibere relative agli anni dal 2021 al 2025.

    A queste si aggiungono i termini entro i quali il Dipartimento delle Finanze provvederà alla pubblicazione degli atti.

    Scarica qui il caldendario per i Comuni 

    Canone unico 2026: delibere da inviare entro il 14 ottobre

    Per il 2026, i Comuni devono trasmettere le deliberazioni regolamentari e tariffarie tramite il Portale del federalismo fiscale utilizzando l’apposita sezione dedicata al canone unico.

    Il termine da rispettare è il 14 ottobre 2026.

    Una volta ricevuti gli atti, il Dipartimento delle Finanze dovrà provvedere alla loro pubblicazione sul proprio sito internet entro il 28 ottobre 2026.

    Il rispetto della procedura assume particolare rilievo alla luce delle novità introdotte in materia di pubblicazione delle delibere, alle quali viene attribuita efficacia secondo le modalità previste dalla normativa.

    Scarica qui il comunicato MEF del 18 agosto.

    L’apertura della procedura per tali annualità si inserisce nel quadro delle novità introdotte dall'art 30 del decreto legislativo n. 147/2026, che ha disciplinato la pubblicazione con efficacia costitutiva, sul sito del dipartimento delle Finanze, delle deliberazioni riguardanti il canone patrimoniale di concessione, autorizzazione o esposizione pubblicitaria, comunemente noto come “canone unico”. 

    Canone Unico 2021-2025: invio delibere entro il 31 ottobre

    La novità riguarda in particolare le annualità pregresse.

    La procedura consente infatti ai Comuni di inserire sul Portale del federalismo fiscale le deliberazioni regolamentari e tariffarie relative al canone unico per gli anni dal 2021 al 2025.

    Il termine per l’inserimento è fissato al 31 ottobre 2026.

    Gli atti dovranno poi essere pubblicati dal Dipartimento delle Finanze entro il 30 novembre 2026.

    La disciplina interessa il canone patrimoniale di concessione, autorizzazione o esposizione pubblicitaria, introdotto dalla legge n. 160/2019 e operativo dal 1° gennaio 2021.

    Attenzione: si possono inviare solo delibere già approvate

    Il MEF ha chiarito un punto importante.

    La possibilità di utilizzare la nuova procedura per le annualità dal 2021 al 2025 riguarda esclusivamente deliberazioni regolamentari e tariffarie già approvate per ciascun anno di riferimento.

    Non è quindi possibile approvare nel corso del 2026 nuovi atti con effetto retroattivo sulle annualità precedenti.

    I termini ordinari per l’approvazione delle delibere riferite agli anni interessati sono infatti già scaduti.

    Delibere già inviate nel 2026: niente nuovo adempimento

    Non tutti i Comuni dovranno procedere a un nuovo caricamento.

    Il MEF ha specificato che le deliberazioni già trasmesse nel corso del 2026 tramite il Portale del federalismo fiscale, seguendo le indicazioni contenute nella circolare n. 1/DF/2026, non devono essere inviate nuovamente.

    Sarà il Ministero a provvedere d’ufficio all’inserimento degli atti nelle rispettive annualità di riferimento.

    Scarica qui il pdf del calendario.

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    Omessa dichiarazione IMU 2026: entro il 28 settembre possibile ravvedersi

    Ultime settimane per regolarizzare l’omessa dichiarazione IMU relativa al 2025. I contribuenti che non hanno rispettato la scadenza ordinaria del 30 giugno 2026 possono ricorrere al ravvedimento operoso entro il 28 settembre 2026, beneficiando della riduzione della sanzione. Superato il termine dei 90 giorni, per l’omessa dichiarazione non sarà più possibile avvalersi del ravvedimento.

    Si avvicina una scadenza importante per i contribuenti che hanno omesso di presentare la dichiarazione IMU relativa all’anno 2025. Entro il 28 settembre 2026 è ancora possibile sanare spontaneamente la violazione attraverso il ravvedimento operoso.

    Il termine ordinario per la presentazione della dichiarazione era fissato al 30 giugno 2026. La dichiarazione IMU deve infatti essere presentata, nei casi in cui sussiste l'obbligo dichiarativo, entro il 30 giugno dell'anno successivo a quello in cui ha avuto inizio il possesso degli immobili o sono intervenute variazioni rilevanti ai fini della determinazione dell'imposta.

    Omessa dichiarazione IMU: perché è importante il 28 settembre

    Per l’omessa presentazione della dichiarazione assume particolare rilievo il limite dei 90 giorni dalla scadenza ordinaria.

    L’art. 13 del D.Lgs. n. 472/1997 consente infatti di beneficiare del ravvedimento per l’omessa presentazione della dichiarazione quando questa viene trasmessa con un ritardo non superiore a 90 giorni.

    Per le violazioni commesse dal 1° settembre 2024, inoltre, il nuovo comma 2-ter dell’art. 13, introdotto dalla riforma delle sanzioni tributarie, stabilisce espressamente che la riduzione della sanzione è esclusa in caso di presentazione della dichiarazione con un ritardo superiore a 90 giorni.

    Di conseguenza, considerando che il termine ordinario per la dichiarazione IMU 2025 è scaduto il 30 giugno scorso, il 28 settembre 2026 rappresenta l’ultimo giorno utile per ricorrere al ravvedimento dell’omessa dichiarazione.

    Quali sanzioni si applicano

    In caso di omessa presentazione della dichiarazione IMU, l’art. 1, comma 775, della Legge n. 160/2019 prevede ordinariamente una sanzione dal 100% al 200% del tributo non versato, con un minimo di 50 euro.

    Se, invece, l’imposta è stata regolarmente versata ma è stata omessa soltanto la dichiarazione, trova applicazione la sanzione minima prevista per l’inadempimento dichiarativo.

    Il ricorso al ravvedimento consente di ridurre sensibilmente l’importo dovuto.

    Per la regolarizzazione effettuata entro il 28 settembre 2026, la riduzione prevista dall’art. 13, comma 1, lett. c), del D.Lgs. n. 472/1997 porta la sanzione a un decimo del minimo.

    Pertanto, in caso di omessa dichiarazione accompagnata da omesso versamento dell’IMU, la sanzione ridotta è pari al 10% dell’imposta non versata, fermo restando il minimo previsto. Se l’IMU era stata invece correttamente versata, la regolarizzazione dell’omissione dichiarativa comporta una sanzione ridotta pari a 5 euro.

    Come regolarizzare l’omissione

    Il contribuente che intende beneficiare del ravvedimento deve procedere entro il termine previsto alla presentazione della dichiarazione IMU omessa e al pagamento delle somme necessarie per perfezionare la regolarizzazione.

    Qualora all’omissione dichiarativa si accompagni anche un mancato o insufficiente pagamento dell’imposta, occorrerà tenere distinti i due inadempimenti. Il ravvedimento relativo all’omesso versamento segue infatti regole e riduzioni proprie rispetto a quelle applicabili alla mancata presentazione della dichiarazione.

    Nel calcolo complessivo potranno quindi entrare in gioco:

    • l’IMU eventualmente non versata;
    • gli interessi legali maturati;
    • la sanzione ridotta per il versamento omesso o tardivo;
    • la sanzione ridotta relativa all’omessa dichiarazione.

    Per il pagamento tramite modello F24 deve essere segnalato il ricorso al ravvedimento e devono essere utilizzati i codici tributo relativi alla specifica tipologia di immobile.

    Dopo il 28 settembre niente ravvedimento per l’omessa dichiarazione

    La data da segnare in calendario è quindi lunedì 28 settembre 2026.

    Per le dichiarazioni IMU relative al 2025 omesse alla scadenza del 30 giugno, una regolarizzazione effettuata entro tale data permette ancora di beneficiare della riduzione delle sanzioni prevista dal ravvedimento.

    Dal 29 settembre 2026, invece, il ritardo sarà superiore a 90 giorni e la riduzione della sanzione per ravvedimento dell’omessa dichiarazione non sarà più applicabile.

    È quindi opportuno verificare tempestivamente se nel corso del 2025 siano intervenute situazioni che rendevano obbligatoria la dichiarazione IMU e, in caso di omissione, procedere alla regolarizzazione prima della scadenza.

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    Debiti IMU del defunto: agli eredi avvisi di accertamento solo pro quota

    L’ente locale non può notificare a ciascun coerede un accertamento contenente l’intero debito IMU del contribuente deceduto, rinviando alla fase della riscossione la ripartizione secondo le quote ereditarie.

    La responsabilità parziaria deve risultare già dall’atto impositivo. 

    È quanto stabilisce la Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Lazio con la sentenza n. 2686/2026.

    In materia di IMU, ciascun erede risponde dei debiti tributari del defunto esclusivamente in proporzione alla propria quota ereditaria. 

    Di conseguenza, anche l’avviso di accertamento deve quantificare fin dall’origine la somma effettivamente dovuta dal singolo successore.

    Non è sufficiente che il Comune notifichi a tutti gli eredi un atto contenente il debito complessivo, dichiarando che, nella successiva fase esecutiva, pretenderà da ciascuno soltanto la relativa quota.

    Lo ha affermato la Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Lazio con la Sentenza 4 maggio 2026 n 2686  respingendo l’appello di Roma Capitale contro la decisione con cui i giudici di primo grado avevano disposto il ricalcolo dell’IMU dovuta da un coerede.

    Il caso: accertamento IMU notificato per l’intero debito

    La controversia riguardava un avviso di accertamento relativo all’IMU 2018 notificato al contribuente in qualità di erede della madre deceduta.

    Il ricorrente aveva contestato, tra gli altri aspetti, la quantificazione dell’imposta. 

    Dalla documentazione risultava infatti che la contribuente deceduta non possedeva l’intero immobile, come indicato nell’accertamento, ma una quota pari a 12/18, corrispondente a due terzi.

    Inoltre, il destinatario dell’avviso non era l’unico erede. Una parte delle quote faceva capo agli altri coeredi, mentre il ricorrente risultava titolare anche di una distinta quota immobiliare in proprio.

    La Corte di primo grado aveva quindi stabilito che il Comune dovesse emettere un nuovo avviso, ricalcolando:

    • l’IMU dovuta dalla contribuente deceduta sulla base della sua effettiva percentuale di possesso;
    • la parte di debito imputabile al ricorrente secondo la relativa quota ereditaria;
    • gli interessi conseguenti.

    L’eventuale IMU dovuta dal ricorrente per una quota immobiliare posseduta personalmente, e non acquisita come erede, avrebbe invece richiesto uno specifico accertamento intestato al contribuente in proprio.

    Roma Capitale aveva sostenuto la legittimità dell’accertamento notificato a ciascun erede per l’intero importo.

    Secondo l’ente, tale modalità non avrebbe prodotto un concreto pregiudizio, poiché nella successiva fase esecutiva il Comune avrebbe richiesto a ogni coerede soltanto la parte del debito corrispondente alla rispettiva quota di eredità.

    In sostanza, secondo questa impostazione, l’accertamento avrebbe potuto indicare il credito tributario complessivo nei confronti degli eredi indistintamente, mentre la ripartizione della responsabilità individuale sarebbe stata effettuata soltanto al momento della riscossione.

    La Corte laziale non ha condiviso questa ricostruzione.

    Per l’IMU gli eredi non sono obbligati in solido

    La sentenza richiama la regola generale prevista dagli articoli 752 e 1295 del Codice civile.

    In base a tali disposizioni, i debiti ereditari si dividono tra gli eredi in proporzione alle rispettive quote. La morte del debitore determina inoltre la suddivisione tra gli eredi dell’obbligazione precedentemente solidale, salvo che una specifica norma disponga diversamente.

    Per alcuni tributi il legislatore ha effettivamente introdotto una deroga. L’articolo 65 del D.P.R. n. 600/1973 prevede la responsabilità solidale degli eredi per le obbligazioni tributarie il cui presupposto si sia verificato anteriormente alla morte del contribuente.

    Tale disciplina, tuttavia, riguarda le imposte sui redditi e non costituisce una regola generale applicabile a tutti i tributi.

    Per l’IMU manca una disposizione speciale che stabilisca la solidarietà tra gli eredi. Trova quindi applicazione la disciplina civilistica ordinaria: ciascun coerede risponde soltanto per la propria parte.

    Sul punto, la Corte laziale richiama l’ordinanza della Cassazione n. 11097 del 28 aprile 2025, secondo cui la solidarietà prevista dall’articolo 65 del D.P.R. n. 600/1973 ha natura sostanziale e speciale e non può essere estesa analogicamente ai tributi locali.

    La quota deve risultare già nell’avviso

    L’aspetto più rilevante della pronuncia riguarda il momento nel quale deve operare la limitazione della responsabilità.

    Secondo la Corte, il principio della responsabilità pro quota non rappresenta soltanto un limite alla riscossione. Esso incide direttamente sull’individuazione del soggetto obbligato e sulla quantificazione della pretesa tributaria.

    Il Comune non può quindi indicare nell’accertamento l’intero debito del defunto come se ogni erede fosse responsabile anche per le quote degli altri, riservandosi di correggere l’importo nella fase esecutiva.

    L’avviso costituisce infatti il titolo attraverso il quale l’amministrazione manifesta la propria pretesa. Il destinatario deve poter comprendere immediatamente:

    • per quale obbligazione viene chiamato a rispondere;
    • a quale titolo gli viene richiesto il pagamento;
    • quale quota ereditaria è stata presa in considerazione;
    • quale importo è effettivamente posto a suo carico.

    La pretesa tributaria deve pertanto essere correttamente circoscritta già al momento dell’accertamento.

    Il principio di chiarezza degli atti tributari

    La soluzione è fondata anche sul principio di chiarezza degli atti dell’amministrazione finanziaria previsto dall’articolo 7 dello Statuto dei diritti del contribuente.

    Un atto che attribuisce formalmente al singolo erede l’intero debito, pur con l’intenzione di riscuoterne successivamente solo una parte, non consente al destinatario di individuare con certezza l’effettiva estensione della propria obbligazione.

    L’erede non può essere costretto a ricostruire autonomamente l’importo dovuto o a confidare in una futura autolimitazione dell’ente creditore.

    Né assume rilievo il fatto che l’erede che abbia eventualmente pagato più della propria quota possa agire in regresso nei confronti degli altri coeredi. La possibilità di recuperare le somme non trasforma il pagamento per conto degli altri in un obbligo giuridico e non legittima il Comune a pretendere dal singolo l’intero debito.

    Le conseguenze operative per i Comuni

    Prima di emettere gli avvisi relativi ai debiti IMU di un contribuente deceduto, l’ente locale deve quindi:

    1. individuare gli eredi che abbiano accettato l’eredità;
    2. accertare la quota immobiliare effettivamente posseduta dal defunto;
    3. verificare le quote ereditarie attribuite ai singoli successori;
    4. calcolare separatamente il debito imputabile a ciascun erede;
    5. notificare a ogni interessato un atto che indichi esclusivamente la somma posta a suo carico.

    Occorre inoltre distinguere il debito maturato dal defunto dall’eventuale IMU dovuta direttamente dall’erede per un’autonoma quota di proprietà. Le due posizioni hanno presupposti soggettivi differenti e non possono essere confuse nello stesso accertamento senza una specifica e chiara quantificazione.

    Sanzioni tributarie non trasmissibili agli eredi

    La ripartizione pro quota riguarda l’imposta dovuta dal defunto e i relativi interessi. Diversa è la disciplina delle sanzioni amministrative tributarie.

    L’articolo 8 del D.Lgs. n. 472/1997 stabilisce infatti che l’obbligazione al pagamento della sanzione non si trasmette agli eredi.

    Di conseguenza, negli avvisi emessi dopo la morte del contribuente l’ente deve eliminare le sanzioni riferibili alle violazioni commesse dal defunto. Restano invece ferme le eventuali sanzioni collegate a violazioni direttamente imputabili agli eredi successivamente all’apertura della successione.

    La Corte di giustizia tributaria ha quindi respinto l’appello del Comune e confermato la decisione di primo grado, che imponeva l’emissione di un nuovo avviso con il corretto calcolo dell’imposta.

    Il principio che emerge dalla sentenza è chiaro: in assenza di una norma speciale sulla solidarietà, il Comune non può formare un titolo per l’intero debito nei confronti di ciascun coerede.

    La responsabilità pro quota non interviene soltanto come limite alla riscossione, ma determina fin dall’origine la misura della pretesa esercitabile nei confronti del singolo erede.

  • IMU e IVIE

    Dichiarazione IMU: attenzione alla scadenza del 30 giugno

    Entro il 30 giugno occorre inviare la Dichiarazione IMU 2026 per le variazioni da segnalare intervenute nel 2025.

    Si tratta in particolare, della dichiarazioni IMU ordinaria e IMU ENC

    La dichiarazione IMU ordinaria anno di imposta 2025 va presentata solo se, nel corso di tale anno, il possesso degli immobili ha avuto inizio o sono intervenute variazioni rilevanti ai fini della determinazione dell’IMU.

    Se la dichiarazione è stata presentata negli anni precedenti, ha effetti anche per gli anni successivi, salvo che siano intervenute circostanze sopravvenute che incide sull'ammontare dell’IMU.

    La dichiarazione IMU ENC ex DM 24 aprile 2024 va resentata dagli enti non commerciali che possiedono, nel Comune destinatario della dichiarazione, almeno un immobile esente dall’IMU ai sensi della lett. g) del citato comma 759, in quanto impiegato per lo svolgimento, con modalità non commerciali, delle attività istituzionali ex art. 7 comma 1 lett. i) del DLgs. 504/92 (attività didattica, sportiva, ecc.).

    Tali enti devono presentare telematicamente la dichiarazione IMU ENC ogni anno, anche se non sono intervenute variazioni.

    Ora, considerando che su tale obbligo dichiarativo e in particolare sulla obbligatorietà della denuncia ai fini dell’applicazione di agevolazioni ed esenzioni, l’orientamento della Cassazione non appare univoco, evidenziamo alcuni aspetti utili per provvedere.

    Dichiarazione IMU 2026: regole base da rispettare

    Le regole basilari della dichiarazione IMU possono essere sintetizzate come segue:

    • l’obbligo dichiarativo esiste solo se contemplato nelle istruzioni ministeriali alla compilazione della denuncia, ciò in quanto ai fini IMU opera il principio secondo cui non bisogna dichiarare ciò che è già conoscibile dai Comuni;
    • la dichiarazione IMU, una volta presentata non deve più essere trasmessa a meno che non cambi la situazione immobiliare. 

    L'adempimento della denuncia è requisito costitutivo delle eventuali agevolazioni ai fini IMU solo se così è espressamente stabilito dalla legge. 

    Pertanto se la normativa di riferimento prevede la presentazione della denuncia a pena di decadenza dei benefici di legge, allora e solo allora l’omissione dichiarativa comporta la perdita del diritto all’esonero.

    A tale proposito però occorre specificare che la giurisprudenza della Cassazione non ha un orientamento sempre chiaro e coerente.

    Si cita la recente Cassazione n 26921/2025 che riguardante le aree fabbricabili che ha affermato il seguente criterio di diritto: "in omaggio al principio della leale collaborazione e della buona fede, sancito dall’art. 10, comma 1, della legge 7 luglio 2000 n. 212, l’inosservanza di un adempimento che costituisce un presupposto solo formale per il godimento di un’agevolazione non impedisce di riconoscere il diritto al beneficio del contribuente che abbia i requisiti per usufruire dello stesso, tanto più ove essi risultino da documentazione in possesso dell’ente impositore" 

    Varie altre sentenze hanno statuito che nonostante la previsione di legge che imponga la presentazione della denuncia, viene esclusa la sussistenza di decadenza in caso di omissioni dichiarative, pertanto occorre evidenaziare che occorre valutare davvero il singolo caso di interesse.

    Leggi anche  IMU 2026: tutte le regole per quest'anno.

  • IMU e IVIE

    IMU 2026: come ravvedersi, passato il 16 giugno

    Il 16 giugno, termine ultimo per versare l'acconto IMU 2026 è trascorso e di certo alcuni contribuenti avranno saltato la scadenza.

    In tale caso, per evitare cartelle esattoriali dal proprio Comune è utile sapere che è possibile pagare in ritardo l'imposta municipale propria con il ravvedimento operoso che a seconda dei giorni di ritardo prevede sanzioni e interessi.

    Riepiloghiamo di seguito come ravvedersi per l'IMU 2026.

    IMU 2026: come ravvedersi, passato il 16 giugno

    Per mettersi in regola con il pagamento dell’acconto Imu 2026 è possibile ricorrere al ravvedimento operoso in modo spontaneo prima di ricevere dal proprio Comune una cartella.

    Per provvedere spontaneamente suppur in ritardo occorre ovviamente pagare sanzioni e interessi dovuti in base ai giorni diritardo.

    In linea generale chi non ha pagato entro la scadenza versa una sanzione del 25% dell’imposta non versata, ma attenzione, la sanzione di base è applicata solo se l’omesso versamento viene accertato dal Comune. 

    La sanzioe è ridotta se il ritardo è lievissimo o lieve e nello specifico:

    • per pagamenti effettuati entro 15 giorni dalla scadenza la sanzione è pari allo 0,833% per ogni giorno di ritardo;
    • per pagamenti effettuati entro 90 giorni dalla scadenza la sanzione è ridotta della metà rispetto a quella ordinaria (25%) ed è pari al 12,5%.

    Il contribuente che dedice per il ravvedimento operosoe versaspontaneamente il pagamento omesso, ottiene delle agevolazioni.

    Vediamo un elenco di riepilogo sulle sanzioni e gli interessi previsti con il pagamento dell'IMU 2026 con il ravvedimento operoso.

    Dal 1° gennaio 2026 il tasso di interesse da applicare in caso di ravvedimento operoso è pari al 1,6% annuo (MEF – Decreto del 10/12/2025 pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 289 del 13/12/2025).

    Come da Riforma del sistema sanzionatorio (Decreto Legislativo 14 giugno 2024 , n. 87) la sanzione del ravvedimento operoso si basa sulla sanzione minima ridotta al 25% ed è applicata nelle seguenti misure: 

    • 0.083% giornaliero per ravvedimenti effettuati entro 14 giorni dalla scadenza;
    • 1.25% per ravvedimenti effettuati dopo il 14° giorno ed entro 30 giorni dalla scadenza;
    • 1.39% per ravvedimenti effettuati dopo il 30° giorno ed entro 90 giorni dalla scadenza;
    • 3,125% (1/8 della sanzione minima) per ravvedimenti effettuati dopo 90 giorni ed entro il termine di presentazione della dichiarazione (in caso di dichiarazione periodica) o entro un anno dalla scadenza;
    • 3,572% (1/7 della sanzione minima) per ravvedimenti effettuati successivamente alla data precedente.
    • 4.17% (1/6 della sanzione minima) in presenza di comunicazione dello schema di atto di cui all'articolo 6-bis, comma 3, della legge 27 luglio 2000, n. 212, non preceduto da un verbale di constatazione, senza che sia stata presentata istanza di accertamento con adesione ai sensi dell'articolo 6, comma 2-bis, primo periodo del decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218.

  • IMU e IVIE

    Esenzione IMU immobili enti non commerciali: novità 2026

    Entro il 16 giugno, i soggetti obbligati, devo versare l'acconto o unica rata per l'IMU 2026.

    Leggi anche IMU 2026: tutte le regole per quest'anno.     

    Tra le novità ve ne sono a tema esenzione dall'imposta municipale propria per gli enti non commerciali.

    In particolare la Legge di bilancio 2026 in vigore dal 1° gennaio, con i commi 853-856, ha introdotto una norma di interpretazione autentica in relazione all’esenzione IMU sugli immobili posseduti ed utilizzati dagli enti non commerciali per lo svolgimento, con modalità non commerciali, di attività assistenziali e delle attività sanitarie, nonché di attività didattiche.

    Vediamo tutti i dettagli.

    Esenzione IMU immobili enti non commerciali 2026

    Ricordiamo che ai sensi dell’articolo 7, comma 1, lettera i), del decreto legislativo n. 504 del 1992, nel sistema previgente all’IMU, si riconosceva l’esenzione dall’imposta comunale sugli immobili (c.d. “ICI”) per gli immobili utilizzati da enti non commerciali, di cui all’articolo 73, comma 1, lettera d), del TUIR, e destinati esclusivamente allo svolgimento, con modalità non commerciali, di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, di ricerca scientifica, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive, nonché attività di religione e di culto.

    L'articolo 73, comma 1, lettera c), del TUIR, definisce come enti non commerciali, ai fini IRES, gli enti pubblici e privati diversi dalle società, i trust che non hanno per oggetto esclusivo o principale l'esercizio di attività commerciale nonché gli organismi di investimento collettivo del risparmio, residenti nel territorio dello Stato.

    Nel vigente regime “IMU”, tale disposizione è stata riproposta dall’articolo 1, comma 759, lettera g), della legge n. 160 del 2019, ai sensi del quale, sono esenti dall’IMU: 

    • gli immobili posseduti e utilizzati dagli enti non commerciali [dai soggetti di cui alla lettera i) del comma 1 dell'articolo 7 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504,] e destinati esclusivamente allo svolgimento con modalità non commerciali delle attività previste nella medesima lettera i). Inoltre, per espressa previsione normativa, si applicano le disposizioni di cui all’articolo 91-bis del decreto-legge n. 2012, n. 1 e quelle del regolamento di cui al decreto del Ministro dell'economia e delle finanze 19 novembre 2012, n. 200.

    Tale norma è stata oggetto di una sentenza della Corte UE e poi di una Decisione della UE che ha inferto una sanzione all'Italia.

    Pertanto la norma interpretativa della legge di bilancio 2026 va a dirimere la questione.

    Al comma 853 si precisa che, agli effetti dell’articolo 1, comma 2, della legge n. 212 del 2000, lo svolgimento delle attività
    assistenziali e delle attività sanitarie si intende effettuato con modalità non commerciali nei seguenti casi:

    •  tali attività sono accreditate e contrattualizzate o convenzionate con lo Stato, le Regioni e gli enti locali e sono svolte, in ciascun
      ambito territoriale e secondo la normativa ivi vigente, in maniera complementare o integrativa rispetto al servizio pubblico e prestano a favore dell’utenza, alle condizioni previste dal diritto dell’Unione europea e nazionale, servizi sanitari e assistenziali gratuiti, salvo eventuali importi di partecipazione alla spesa previsti dall'ordinamento per la copertura del servizio universale (lettera a) del comma 853);
    • se non accreditate e contrattualizzate o convenzionate con lo Stato, le Regioni e gli enti locali, tali attività sono svolte a titolo gratuito ovvero dietro versamento di corrispettivi di importo simbolico e, comunque, non superiore alla metà dei corrispettivi medi previsti per analoghe attività svolte con modalità concorrenziali nello stesso ambito territoriale, tenuto anche conto dell’assenza di relazione con il costo effettivo del servizio (lettera b) del comma 853)

    Quindi in sintesi la norma recepisce i criteri già individuati dall’art. 4 comma 2 del DM 200/2012, distinti a seconda che le attività assistenziali e sanitarie risultino o meno accreditate e contrattualizzate o convenzionate con lo Stato, le Regioni e gli enti locali.

    Con specifico riguardo alle attività assistenziali e sanitarie accreditate e contrattualizzate o convenzionate, si precisa che l’esenzione dall’IMU spetta indipendentemente da eventuali importi di partecipazione alla spesa da parte dell’utente o dei familiari (come, ad esempio, i ticket sanitari), in quanto tale forma di cofinanziamento risulta necessaria al fine di garantire la copertura del servizio universale.

    Infine si chiarisce che, ai fini del riconoscimento dell’esenzione dall’IMU a favore degli enti non commerciali possessori di immobili destinati allo svolgimento di attività assistenziali o sanitarie, è irrilevante l’inserimento di tali immobili in una specifica categoria catastale.

    Peraltro, con riguardo agli immobili a uso “misto” vanno comunque applicate le disposizioni di cui all’art. 91-bis del DL 1/2012 e all’art. 5 del DM 200/2012.

  • IMU e IVIE

    Recupero ICI 2006-2011: proroga al 30 settembre 2026 per gli ENC

    Aggiornamento: il termine del 31 marzo 2026 indicato in origine in questo articolo è stato prorogato al 30 settembre 2026 dal D.P.C.M. 26 marzo 2026 (G.U. n. 75 del 31 marzo 2026). Per l'approfondimento operativo su codici tributo, soglie e regime sanzionatorio vedi anche Recupero ICI-ENC: proroga al 30 settembre 2026.
    Il Decreto MEF del 4 febbraio viene pubblicato sulla GU n 31/2026 e contiene tutte le regole per inviare la dichiarazione di recupero ICI entro il 31 marzo prossimo.

    Il Recupero ICI degli Enti non commerciali è stato previsto dall’art. 16-bis del D. L. 16 settembre 2024, n. 131, inserito dalla legge di conversione 14 novembre 2024, n. 166, dedicato alle misure urgenti per l’applicazione della sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea del 6 novembre 2018, relativa alle cause riunite da C-622/16 P a C-624/16 P, e delle decisioni della Commissione europea del 19 dicembre 2012 e del 3 marzo 2023.
    In particolare, la sentenza in questione ha parzialmente annullato la “Decisione della Commissione, 2013/284/UE, del 19 dicembre 2012, relativa all’aiuto di Stato SA.20829 (C 26/2010, ex NN 43/2010 (ex CP 71/2006) Regime riguardante l'esenzione dall'ICI per gli immobili utilizzati da enti non commerciali per fini specifici cui l'Italia ha dato esecuzione nella parte in cui la Commissione europea “non ha ordinato il recupero degli aiuti illegali concessi sulla base dell’esenzione dall’imposta comunale sugli immobili (ICI)”.
    La Corte ha ritenuto che la Commissione europea avrebbe dovuto “[…] esaminare minuziosamente le difficoltà prospettate e le modalità alternative di recupero proposte”. 

    Successivamente la medesima Commissione ha emesso la decisione del 3 marzo 2023 con la quale ha imposto all’Italia il recupero fornendo, altresì, le indicazioni necessarie per la sua concreta attuazione.
    Sulla base della decisione in commento, è stato, quindi, emanato il citato art. 1-bis del D. L. n. 131 del 2024.
    Il periodo da prendere in considerazione ai fini del recupero, che è quello che va dall’anno 2006 all’anno 2011.

    Recupero ICI 2006-2011: regole e modello per gli ENC

    Il MEF ha pubblicato il modello di dichiarazione Recupero ICI ENC, per il recupero dell’aiuto di Stato relativo all’esenzione dall’ICI per gli immobili utilizzati da enti non commerciali per fini specifici, dal 2006 fino al 2011.

    La dichiarazione va presentata entro il 31 marzo 2026, i versamenti effettuati entro il 30 aprile 2026. 

    A tal proposito con il D.M. 4 febbraio 2026 del Direttore generale delle Finanze del MEF, sono approvati il modello di dichiarazione, le istruzioni e le specifiche tecniche concernenti il recupero dell’aiuto di Stato relativo all’esenzione dall’ICI per gli immobili utilizzati da enti non commerciali per fini specifici, dal 2006 fino al 2011.

    Scarica qui il Modello per il recupero ICI e le relative istruzioni.

    Il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 dicembre 2025, in esecuzione del disposto del predetto art. 16-bis del D. L. n. 131 del 2024, ha stabilito quanto segue, riprendendo in parte quanto già disciplinato nella norma in questione:

    • è fissato al 31 marzo 2026 il termine entro il quale sono tenuti a presentare la dichiarazione per il recupero dell’ICI,
      per il periodo dal 2006 al 2011, i soggetti passivi che abbiano presentato la dichiarazione IMU/TASI ENC relativamente ad uno degli anni d’imposta 2012 o 2013, indicando un importo a debito per una somma superiore a 50.000 euro annui (ovvero che abbiano subìto un accertamento per le medesime imposte e annualità);
    • la dichiarazione è unica per tutti gli immobili posseduti sul territorio nazionale nel periodo 2006-2011;
    • per la determinazione dell’ICI oggetto del recupero si applica la disciplina dell’IMU vigente al 2013; la base imponibile, i moltiplicatori e l’aliquota sono, invece, quelli stabiliti dall’allora vigente disciplina ICI, applicabile nell’anno interessato dal recupero. Per le annualità in cui l’aliquota effettiva non è individuabile si applica l’aliquota media del 5,5 per mille;
      • il versamento del beneficio ricevuto non è dovuto se nel periodo dal 2006 al 2011 sono stati rispettati le condizioni e i limiti previsti dai regolamenti de minimis, cosiddetti “generali”, pro tempore vigenti al tempo dell’aiuto da recuperare, vale a dire il Regolamento (CE) n. 69/2001 della Commissione del 12 gennaio 2001, in vigore fino al 31 di cembre 2006 e il Regolamento (CE) n. 1998/2006 della Commissione del 15 dicembre 2006, in vigore dal 1° gennaio 2007 fino al 31 dicembre 2013.

    Dichiarazione di Recupero ICI: invio telematico entro il 30 settembre

    La dichiarazione telematica Recupero ICI ENC deve essere presentata entro il 30 settembre 2026, direttamente dal dichiarante oppure tramite un intermediario abilitato.

    Il servizio telematico restituisce immediatamente dopo l'invio un identificativo "protocollo telematico" che conferma l'avvenuta ricezione del file. Successivamente il servizio fornisce all'utente un'altra comunicazione attestante l'esito dell'elaborazione effettuata sui dati pervenuti, che, in assenza di errori, conferma l'avvenuta presentazione della dichiarazione.

    I soggetti che scelgono di trasmettere direttamente la propria dichiarazione devono utilizzare i servizi telematici Entratel o Fisconline in base ai requisiti posseduti per il conseguimento dell'abilitazione.

    Il versamento delle somme risultanti dalla dichiarazione deve essere effettuato entro 30 giorni dalla scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione e pertanto entro il 30 ottobre 2026.

    Per il calcolo dei codici tributo F24 da utilizzare (istituiti con Risoluzione n. 12/E del 24 marzo 2026) e per l'approfondimento sul test di commercialità e sul regime sanzionatorio, vedi Recupero ICI-ENC: proroga al 30 settembre 2026.

  • IMU e IVIE

    Rottamazione IMU e TARI: autonoma rispetto a quella principale

    La Legge di Bilancio 2026 in vigore il 1° gennaio, tra le norme contiene la definizione agevolata in materia dei tributi delle regioni e degli enti locali.  In particolare si tratta anche della rottamazione per IMU e TARI.

    IFEL IFondazione ANCI ha pubblicato in data 27 gennaio le prime istruzioni in merito.

    Per scaricare il fac simile di regolamento attuativo per gli enti locali leggi anche Rottamazione tributi locali: fac-simile di regolamento

    Girogetti in una intervista di qualche giorno fa esortava i Comuni ad aderire ed approfittare della occasione: "I Comuni hanno l'autonomia per decidere se fare o non fare, applicare o non applicare. Io penso che lo spirito della rottamazione valga anche per tutta la realtà comunale. L'auspicio – è anche per andare rapidamente allo smaltimento di quell'immenso magazzino di crediti accertati che sono lì da decenni e continua a implementare. La soluzione in via transattiva con i contribuenti potrebbe aprire una stagione nuova. È lo spirito con cui la Lega ha introdotto questa misura". 

    Nel question time del 3 febbraio viene chiarito che Imu, Tari e multe locali possono essere rottamate autonomamente dalla sanatoria erariale

    Di seguito il riepilgo delle regole e il chiarimento del question time.

    Rottamazione tributi enti locali: norma in sintesi

    La disposizione, in Legge di Bilancio 2026, introduce una serie di norme dirette ad attribuire alle regioni e agli enti locali la facoltà di prevedere direttamente tipologie di definizione agevolata in attuazione dell’autonomia di cui gli enti stessi godono nella gestione dei tributi regionali e locali 

    Tale facoltà riguarda anche i casi in cui siano già in corso procedure di accertamento o controversie attribuite alla giurisdizione tributaria in cui è parte il medesimo ente, nonché i casi in cui la legge statale preveda forme di definizione agevolata. 

    Inoltre, si fissano le condizioni che le regioni e gli enti locali devono rispettare nell’introdurre misure di definizione agevolata.

    Si disciplina l’efficacia dei regolamenti degli enti locali relativi alla definizione agevolata. 

    Si estende la facoltà di regioni ed enti locali di adottare forme di definizione agevolata anche alle entrate di natura patrimoniale.

    Si abroga l’articolo 13 della legge finanziaria 2003 limitatamente alla facoltà prevista per 18 le regioni, le province e i comuni di adottare leggi e provvedimenti relativi alla definizione agevolata dei propri tributi.

    In sintesi, si attribuisce alle regioni e agli enti locali la facoltà di introdurre autonomamente delle tipologie di definizione agevolata che prevedono l’esclusione o la riduzione degli interessi o anche delle sanzioni, per le ipotesi in cui, entro un termine appositamente fissato da ciascun ente, non inferiore a 60 giorni dalla data di pubblicazione dell’atto nel proprio sito internet istituzionale, i contribuenti adempiano ad obblighi tributari precedentemente in tutto o in parte non adempiuti.
    Si precisa inoltre che rimane ferma per gli enti la facoltà di introdurre sistemi premiali di riduzione delle sanzioni e che la facoltà di introdurre la definizione agevolata deve essere esercitata dagli enti in osservanza dei principi di cui agli articoli 23, 53 e 119 della 

    Dopo la partenza della Rottamazione cinque per le cartelle, leggi anche: Rottamazione quinquies: via alle domande molti contribuenti attendono le iniziative degli enti locali per possibili eventuali agevolate.

    In proposito in data 27 gennaio l'IFEL ha pubblicato una nota di approfondimento che affronta i temi salienti di questo nuovo strumento e uno schema di regolamento suddiviso in cinque blocchi, autonomamente mutuabili ed adattabili in base alle esigenze di ciascun ente.

    L'IFEL precisa molti aspetti dei tributi inclusi nella definizione agevolata e evidenzia quanto segue.

    Rottamazione IMU e TARI: IFEL spiega il perimetro

    Il comma 102 della legge di bilancio 2026 prevede che gli enti territoriali “possono introdurre autonomamente, con le forme previste dalla legislazione vigente per l’adozione dei propri atti destinati a disciplinare tributi di loro spettanza, tipologie di definizione agevolata che prevedono l’esclusione o la riduzione degli interes si o anche delle sanzioni, per le ipotesi in cui, entro un termine appositamente fissato da ciascun ente, non inferiore a sessanta giorni dalla data di pubblicazione dell’atto nel proprio sito internet istituzionale, i contribuenti adempiano ad obblighi tributari precedentemente in tutto o in parte non adempiuti”.
    Per quanto riguarda i Comuni la definizione deve essere adottata con specifico regolamento comunale, soggetto, come accennato, al parere dell’organo di revisione.
    La normativa prevede la possibilità di escludere o ridurre le sanzioni od anche gli interessi, fermo restando, quindi, la “quota capitale”, a differenza di quanto previsto dall’art. 13, legge n 289 del 2002, che prevedeva la possibilità di ridurre anche il tributo non versato.
    Il comma 105 precisa che “possono essere oggetto di definizione agevolata i tributi disciplinati e gestiti dalle regioni e dagli enti locali, con esclusione dell’imposta regionale sulle attività produttive, delle compartecipazioni e delle addizionali a tributi erariali”.
    Il comma 109 prevede che “le regioni e gli enti locali possono adottare forme di definizione agevolata anche per le entrate di natura patrimoniale ”.
    La normativa pertanto consente di definire la quasi totalità delle entrate comunali proprie, ivi incluse le sanzioni al codice della strada, essendo queste entrate patrimoniali di diritto pubblico. In questo caso, oltre agli interessi, compresi quelli di cui all’articolo 27, sesto comma, della legge 24 novembre 1981, n. 68913, le facoltà di abbattimento di oneri accessori potranno riguardare le somme maturate a titolo di oneri della riscossione.
    In generale, per le entrate patrimoniali sia di diritto pubblico, quali il CUP, le rette scolastiche, gli oneri di urbanizzazione, sia di diritto privato, quali il corrispettivo servizio idrico e i canoni di locazione, il Comune può rinunciare ai soli interessi. 

    Discorso a parte per il CUP, per il quale è comunque prevista dall’art. 1, comma 821, legge n. 160 del 2019, l’applicazione di una sanzione.
    Inoltre, sempre con riferimento al CUP non si ritiene riducibile o disapplicabile l’indennità prevista dalla lettera g) del medesimo comma 821,
    in quanto rappresenta la tariffa dovuta a fronte di occupazioni o impianti abusivi, a sua volta soggetta all’applicazione di un’autonoma sanzione, pari all’importo dell’indennità ed elevabile fino al doppio.
    Oltre alla possibilità di adottare forme di definizione agevolata di crediti comunali cristallizzati in provvedimenti comunali definitivi, il comma 103 prevede anche che “ciascuna regione e ciascun ente locale può stabilire forme di definizione agevolata anche per i casi in cui siano già in corso procedure di accertamento”.
    La disposizione autorizza quindi forme di definizione agevolata che consentano di regolarizzare l’omesso o carente versamento delle entrate comunali prima ancora che queste siano accertate dall’ente.

    Nel caso di entrate tributarie il vantaggio in questo caso sarebbe nel risparmio in termini di interessi e sanzioni comunque dovute, anche a titolo di ravvedimento operoso. 

    Tale forma di definizione agevolata appare sicuramente efficace con riferimento alla TARI, mentre crea incertezze per quanto attiene all’IMU, in ragione sia della non predeterminazione dell’importo dovuto, sia della presenza della quota di competenza statale, nel caso di immobili del gruppo catastale “D”. 

    Tale forma di definizione agevolata si concretizza, infatti, con un versamento spontaneo, che il Comune potrebbe non essere in grado di
    comunicare preventivamente, mentre la quota statale deve essere versata direttamente all’erario. Ma su quest’ultimo punto occorre richiamare la rigida posizione del Dipartimento delle finanze in merito al divieto per i Comuni di esercitare la propria potestà regolamentare con riferimento alla quota statale che porta a ritenere che il Comune possa disporre forme di definizione agevolata dell’IMU solo con riferimento alla quota comunale. 

    Si deve in proposito precisare che, ovviamente, rimane ferma la possibilità di definire l’IMU statale pretesa con un accertamento comunale, in quanto in tale ipotesi il gettito resta sempre di esclusiva competenza comunale.
    Oggetto della definizione agevolata può essere anche la regolarizzazione di omessi o parziali versamenti di rate conseguenti a piani di rateazione concessi dall’ente, anche con riferimento ad accertamenti con adesione, conciliazioni giudiziali o accordi di mediazione, scaduti ad una determinata data individuata dall’ente.

    Si rimanda alla nota per tutti gli altri chiarimenti.

    Rottamazione IMU e TARI: autonoma rispetto a quella principale

    La Rottamazione per i Comuni e gli altri enti locali per introdurre l'agevolazione su Imu, Tari, multe e tariffe di loro competenza sono parallele alla rottamazione quinquies.

    Il 3 febbraio il MEF in risposta a un question time in commissione Finanze alla Camera lo ha ribadito.

    L’obiettivo del legislatore è quello di lasciare piena autonomia agli enti territoriali.

    Si vuole:

    • da un lato dare la possibilità alle amministrazioni locali di scegliere tempi e modalità applicative delle proprie rottamazioni, che possono ridurre o azzerare sanzioni e interessi senza però intaccare la quota capitale, esattamente come succede per le rottamazioni erariali. 
    • dall'altro gli enti che hanno affidato le proprie entrate all’agenzia delle Entrate Riscossione non potranno chiederle di gestire le pratiche per le definizioni agevolate deliberate a livello locale.

    Viene specificato che:"Gli enti territoriali sono liberi di definire, entro i limiti stabiliti dalla legge, le procedure e i termini per la definizione agevolata dei tributi e delle entrate patrimoniali di propria competenza"

    L’eventuiale collegamento alla rottamazione statale è disciplinato in un comma separato ossia il n 104 della legge 199/2025, e rappresenta "un caso residuale di definizione che può essere attivato solo nell’ipotesi in cui il legislatore ha disposto la definizione per le entrate erariali e questa coinvolga le entrate degli enti territoriali gestite da Ader". 

    Le rottamazioni locali sono autonome rispetto a quelle erariali e possono:

    • riguardare tutte le entrate di competenza dell’ente,
    • essere disciplinate con regolamento in qualsiasi momento, anche dopo la scadenza per i bilanci di previsione (quest’anno al momento è al 28 febbraio).

    Allegati: