• Adempimenti Iva

    Credito IVA senza visto: quando non scattano le sanzioni

    La Cassazione, con l'ordinanza n. 26020 del 1° ottobre 2026, chiarisce che l'assenza o l'irregolarità del visto di conformità non comporta automaticamente il recupero del credito IVA utilizzato in compensazione, né l'applicazione delle relative sanzioni, se il credito è effettivamente spettante e non viene ostacolata l'attività di controllo dell'Amministrazione finanziaria.

    Vediamo i dettagli della pronuncia.

    Crediti IVA e IRAP compensati con visto irregolare o mancante

    La vicenda trae origine da alcuni atti di recupero emessi dall'Agenzia delle Entrate nei confronti di una società, alla quale era stato contestato l'indebito utilizzo in compensazione di crediti IVA annuali e infrannuali e di un credito IRAP.

    Secondo l'Amministrazione finanziaria, il visto di conformità richiesto dalla normativa era stato apposto da una professionista non ancora iscritta nell'elenco dei soggetti abilitati al rilascio della certificazione oppure, in uno dei casi contestati, risultava del tutto mancante. 

    L'Ufficio aveva pertanto disposto il recupero dei crediti, con interessi e sanzioni.

    I giudici tributari di primo e secondo grado avevano accolto le ragioni della contribuente, rilevando che la professionista risultava iscritta all'Albo dei dottori commercialisti ed esperti contabili, era abilitata alla trasmissione telematica delle dichiarazioni ed era munita di polizza assicurativa professionale. 

    L'iscrizione nell'elenco informatizzato dei soggetti abilitati al rilascio del visto era intervenuta soltanto successivamente.

    L'Agenzia delle Entrate aveva quindi proposto ricorso per Cassazione, sostenendo che la mancanza di un visto validamente apposto costituisse una violazione sostanziale, tale da giustificare sia il recupero dei crediti compensati sia l'irrogazione delle sanzioni.

    Visto di conformità mancante: il principio della Cassazione

    Con l'ordinanza n. 26020/2026, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, confermando che la mancata o irregolare apposizione del visto di conformità non determina, di per sé, il venir meno del diritto alla compensazione.

    La Suprema Corte ricorda che la funzione del visto consiste nell'assicurare un controllo anticipato sull'esistenza e sulla spettanza del credito, affidando la relativa verifica a un professionista abilitato.

    L'inosservanza di tale adempimento, tuttavia, non è automaticamente idonea a compromettere l'attività di controllo dell'Amministrazione finanziaria o a incidere sul versamento del tributo.

    Affinché la violazione possa essere considerata meramente formale, devono sussistere contemporaneamente due condizioni:

    • l'irregolarità non deve arrecare pregiudizio all'esercizio dei poteri di controllo dell'Amministrazione finanziaria;
    • la violazione non deve incidere sulla determinazione della base imponibile, dell'imposta o sul versamento del tributo.

    Pertanto, una volta accertata l'effettiva esistenza e spettanza del credito, e in assenza di ostacoli all'attività di controllo, la mancanza del visto di conformità non può essere equiparata all'omesso versamento.

    Compensazione IVA e sanzioni: rileva l’offensività della condotta

    La Cassazione richiama il proprio orientamento già espresso nelle pronunce n. 5289/2020 e n. 7154/2025, secondo cui l'utilizzo in compensazione di un credito IVA senza il visto di conformità costituisce una violazione puramente formale, qualora il credito sia sostanzialmente esistente o la sua spettanza non venga contestata.

    In particolare, nell'ordinanza n. 7154/2025 era stato chiarito che tale irregolarità, in presenza delle condizioni indicate, non è punibile per assenza di offensività della condotta.

    La Corte precisa inoltre che la disciplina introdotta dal decreto-legge n. 50/2017, relativa al recupero dei crediti utilizzati in violazione delle modalità prescritte e all'applicazione delle sanzioni, non esclude la necessità di verificare concretamente l'offensività della condotta.

    La valutazione deve avvenire alla luce dell'articolo 10, comma 3, della legge n. 212/2000 e dell'articolo 6, comma 5-bis, del decreto legislativo n. 472/1997.

    Il principio si applica anche ai crediti IRAP

    Nel caso esaminato, la Cassazione ha rilevato che l'Agenzia delle Entrate non aveva contestato l'effettiva esistenza dei crediti utilizzati in compensazione, ma soltanto la validità del visto rilasciato dalla professionista, iscritta nell'elenco dei soggetti abilitati in un momento successivo.

    I giudici di merito avevano inoltre escluso la presenza di una condotta fraudolenta e di un concreto pregiudizio per l'Erario.

    La Suprema Corte ha confermato che la medesima conclusione vale anche per l'atto relativo alla completa assenza del visto e per il credito IRAP oggetto di recupero.

    La qualificazione dell'irregolarità, infatti, non dipende dalla natura del tributo, ma dall'esistenza e dalla spettanza del credito e dall'assenza di un concreto ostacolo all'esercizio dei poteri di controllo dell'Amministrazione.

    La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, confermando che, nelle circostanze accertate, la mancanza o l'irregolarità del visto non giustificava il recupero dei crediti né l'applicazione delle relative sanzioni.

  • Adempimenti Iva

    Comando di personale: chiarimento sull’IVA sui rimborsi

    L'Agenzia delle Entrate estende al comando di personale i principi sul distacco: le somme rimborsate dalla struttura commissariale sono corrispettivo IVA.

    Il comando di personale, anche quando le somme corrisposte coprono soltanto il costo della retribuzione, non sfugge più all'IVA. 

    Con la risposta a interpello n. 142 del 13 luglio 2026, l'Agenzia delle Entrate ha chiarito che i principi elaborati per il distacco e il prestito di personale, alla luce della sentenza della Corte di Giustizia UE  si estendono anche all'istituto del comando, nonostante le differenze giuridiche che lo distinguono dal distacco.

    Il caso: il personale comandato presso una struttura commissariale

    Il quesito è stato posto da un Commissario di Governo, istituito per l'attuazione di specifici interventi e privo di personale di ruolo proprio.

    Per svolgere le proprie funzioni, la struttura commissariale utilizza esclusivamente personale proveniente da altre amministrazioni ed enti, tra cui una società di capitali (nell'interpello denominata “ALFA”), posto in posizione di comando a tempo pieno o parziale.

    Dall'istruttoria è emerso che la società ALFA continua a corrispondere al proprio dipendente comandato sia la retribuzione principale sia quella accessoria, restando titolare del rapporto di lavoro per tutta la durata del comando. 

    Il costo complessivo, tuttavia, è per intero a carico della struttura commissariale, che lo rimborsa integralmente alla società.

    La tesi del contribuente: comando diverso da distacco

    Il Commissario istante ha sostenuto che le somme rimborsate dovessero restare escluse da IVA ai sensi dell'articolo 15 del DPR 633/1972, valorizzando una distinzione tra comando e distacco/prestito di personale. 

    Secondo questa impostazione, il legislatore, nel riformare il regime IVA con l'articolo 16-ter del decreto-legge n. 131 del 2024, avrebbe utilizzato deliberatamente i termini “distacco” e “prestito”, senza mai richiamare il “comando”: nel distacco il sinallagma si realizzerebbe con il pagamento delle retribuzioni da parte dell'amministrazione distaccante nell'interesse dell'ente distaccante, mentre nel comando il personale opera nell'esclusivo interesse dell'ente utilizzatore, che ne sostiene interamente il costo, senza che si configuri alcuna prestazione di servizi rilevante ai sensi dell'articolo 3 del decreto IVA. 

    A supporto, il Commissario ha richiamato anche la circolare n. 5/E del 2025, che elenca distacco, prestito e altre forme di messa a disposizione del personale (come codatorialità e avvalimento) senza menzionare il comando.

    Comando e distacco di personale: norme per l’esclusione all’imponibilità IVA

    L'articolo 8, comma 35, della legge 11 marzo 1988, n. 67 prevedeva l'esclusione da IVA per i prestiti o distacchi di personale a fronte del mero rimborso del relativo costo, senza alcun margine di ricarico. 

    Tale disposizione è stata abrogata dall'articolo 16-ter del d.l. n. 131 del 2024 (convertito dalla legge n. 166/2024), in attuazione della sentenza della CGUE dell'11 marzo 2020, causa C-94/19.

    La circolare n. 5/E del 2025 ha chiarito che, per effetto dell'abrogazione, anche le operazioni di distacco o prestito di personale effettuate a fronte del semplice rimborso del costo diventano prestazioni di servizi rilevanti ai fini IVA, purché ricorrano i normali presupposti previsti dalla disciplina IVA, per i contratti stipulati o rinnovati dal 1° gennaio 2025.

    L'Agenzia richiama l'articolo 1 del decreto IVA, secondo cui l'imposta si applica alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi effettuate nel territorio dello Stato nell'esercizio di imprese o di arti e professioni, individuando i tre presupposti impositivi: soggettivo, oggettivo e territoriale.

    Presupposto

    Riscontro nel caso esaminato

    Soggettivo

    La società ALFA, datore di lavoro del dipendente comandato, è comunque soggetto passivo d'imposta ai sensi dell'articolo 4 del decreto IVA

    Oggettivo

    Le somme rimborsate dal Commissario costituiscono corrispettivo di una prestazione di servizi ex articolo 3 del decreto IVA

    Territoriale

    Dato per assunto nel caso di specie

    Sul presupposto oggettivo, l'Agenzia richiama espressamente i principi della sentenza UE: il nesso diretto tra la messa a disposizione del personale e il pagamento sussiste quando le due prestazioni si condizionano reciprocamente, a prescindere dall'ammontare della somma corrisposta e anche in assenza di un margine di lucro per chi presta il personale. L'intero importo, comprensivo dell'eventuale quota di mero rimborso dei costi, costituisce base imponibile ai sensi dell'articolo 13 del decreto IVA.

    L'Agenzia respinge la tesi del contribuente: la circostanza che il personale comandato presti servizio nell'esclusivo interesse dell'ente utilizzatore, e non della società di appartenenza, è qualificata come una “peculiarità” del comando che non impedisce di ricondurre l'istituto, sotto il profilo fiscale, ai medesimi principi elaborati per il distacco e il prestito di personale. 

    La prestazione onerosa si configura nel fatto stesso che la società consente l'utilizzo del proprio personale, percependo un corrispettivo pari al costo delle retribuzioni corrisposte.

    In conclusione, le somme dovute dal Commissario a titolo di rimborso delle retribuzioni principali e accessorie sostenute dalla società, con riferimento agli accordi stipulati o rinnovati dal 1° gennaio 2025, costituiscono corrispettivo da assoggettare a IVA per la messa a disposizione del personale comandato.

  • Adempimenti Iva

    Decreto Omnibus: diritto alla detrazione dell’ IVA prorogato a due anni

    L’art 12 del d.lgs. correttivo 7.8.2026, n. 148, pubblicato in GU l'11 agosto scorso  modifica la regola della detrazione dell’IVA assolta sugli acquisti e sulle importazioni adeguandosi alla giurisprudenza europea.

    Secondo la nuova regola, il soggetto cessionario e/o committente può esercitare il diritto alla detrazione dell’imposta non più entro il termine di presentazione della dichiarazione annuale IVA ma entro il termine di presentazione della dichiarazione annuale entro il secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto.

    La regola non può prescindere dal presupposto sostanziale rappresentato dalla presenza della fattura di acquisto (e del documento doganale nel caso di importazione) che deve essere valida e disponibile prima del momento in cui la detrazione è effettuata. Secondariamente, questa regola allunga anche il termine per procedere all’annotazione del documento nel registro IVA degli acquisti, operazione che deve essere rispettata entro la scadenza di presentazione della dichiarazione annuale del secondo anno successivo a quello in cui il documento è stato ricevuto.

    La modifica alleggerisce i tempi previsti in precedenza allungando i termini per le annotazioni delle fatture di acquisto mediante la riduzione del rischio di perdita del diritto alla detrazione.

    Come cambia la normativa – Esempio

     A) la regola previgente

     il diritto alla detrazione dell'imposta relativa ai beni e servizi acquistati o importati sorge nel momento in cui l'imposta diviene esigibile   ed e' esercitato al piu' tardi con la dichiarazione relativa all'anno in cui il diritto alla detrazione e' sorto ed alle condizioni esistenti al 

     momento della nascita del diritto medesimo.

     B) la nuova regola

    il diritto alla detrazione dell'imposta relativa ai beni e servizi acquistati o importati sorge nel momento in cui l'imposta diviene esigibile    ed e' esercitato al piu' tardi con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto alla detrazione e' sorto ed alle condizioni esistenti al momento della nascita del diritto medesimo.

    Come regola generale il termine di scadenza della presentazione annuale ai fini dell'IVA è fissato al giorno 30.4 successivo all'anno di riferimento. 

    Questa condizione, ora non più in vigore ma valida fino alla dichiarazione relativa all'anno 2025, riduce sensibilmente il termine entro il quale poteva essere esercitato il diritto alla detrazione dell'imposta. Superato tale termine, il tributo non era più detraibile trasformandosi in un costo. 

    ESEMPIO

     se la fattura:

    •  – è stata ricevuta e annotata nel registro IVA degli acquisti nell'anno 2025: la detrazione è stata operata regolarmente e indicata nella dichiarazione annuale;
    • – è stata ricevuta nell'anno 2025 ma è stata annotata nell'anno 2026: la detrazione era subordinata all'avvenuta annotazione nel registro IVA degli acquisti da eseguirsi entro il termine di presentazione della dichiarazione annuale, cioè entro il 30.4.2026;  inoltre, nel registro degli acquisti era necessario distinguere la fattura in argomento rispetto a quelle ricevute e annotate nell'anno 2026.

  • Adempimenti Iva

    Cessione del lastrico solare: regime IVA ed esenzione secondo il Notariato

    La vendita di un lastrico solare accatastato nella categoria F5 deve essere trattata, ai fini IVA, come una cessione di fabbricato diverso da quelli strumentali.

    È la conclusione dello Studio n. 36-2026/T del Consiglio nazionale del Notariato, approvato dalla Commissione Studi Tributari il 9 aprile 2026 e dedicato al trattamento fiscale degli immobili classificati nelle categorie catastali del gruppo F. 

    Lo Studio esamina aree urbane, fabbricati collabenti, immobili in costruzione o in corso di definizione e lastrici solari.

    Per la cessione autonoma del lastrico solare troverebbe quindi applicazione l’articolo 10, comma 1, n. 8-bis, del DPR 633/1972: l’operazione è normalmente esente dall’IVA, salvo i casi nei quali la stessa disposizione prevede l’imponibilità.

    Adempimenti IVA: il lastrico solare è un bene autonomo

    Il primo problema affrontato riguarda la natura del lastrico.

    Pur rappresentando normalmente la copertura di un edificio o di un’area sottostante, il bene è identificato autonomamente in Catasto nella categoria F5.

    Secondo il Notariato, questa classificazione consente di ricondurlo alla nozione di fabbricato e, di conseguenza, alla disciplina IVA prevista per le cessioni immobiliari.

    Non convince, invece, la soluzione che farebbe dipendere automaticamente il trattamento fiscale del lastrico dalla natura dell’edificio sottostante. 

    Una simile interpretazione non terrebbe conto, tra l’altro, dei lastrici che coprono aree scoperte e non singole unità immobiliari.

    La tesi valorizzata dallo Studio è quindi quella dell’autonomia catastale e fiscale del bene: il lastrico deve essere esaminato per le caratteristiche che presenta al momento della vendita, senza attribuire rilevanza decisiva all’utilizzo futuro programmato dall’acquirente.

    Perché il lastrico non è considerato strumentale

    Una volta qualificato il lastrico come fabbricato, occorre stabilire se rientri tra gli immobili strumentali disciplinati dal n. 8-ter dell’articolo 10 oppure tra i fabbricati diversi da quelli strumentali, regolati dal n. 8-bis.

    Il Notariato propende per la seconda soluzione. La categoria catastale F5 non rientra, infatti, tra quelle ordinariamente utilizzate per identificare i fabbricati strumentali per natura.

    Lo Studio richiama a sostegno la sentenza della Corte di Cassazione n. 15192/2021, secondo la quale la strumentalità deve essere individuata sulla base di criteri oggettivi e della classificazione catastale. 

    Non assume quindi rilevanza l’intenzione dell’acquirente di utilizzare successivamente il lastrico, per esempio, nell’ambito di un’attività economica.

    Da questa impostazione discende l’applicazione del regime previsto per i fabbricati diversi da quelli strumentali, con esenzione IVA come regola generale.

    L’esenzione non opera in ogni situazione.

    In base all’articolo 10, comma 1, n. 8-bis, la cessione può risultare imponibile quando viene effettuata dall’impresa costruttrice o dall’impresa che ha eseguito interventi di recupero:

    • entro cinque anni dall’ultimazione della costruzione o dei lavori;
    • dopo cinque anni, quando il cedente esercita l’opzione per l’imponibilità nell’atto.

    Nel secondo caso, se ricorrono tutti i presupposti previsti dalla normativa, l’IVA può essere assolta dall’acquirente attraverso il reverse charge.

    Il regime deve quindi essere verificato considerando il soggetto che vende, la data di ultimazione dei lavori e l’eventuale opzione espressa nel contratto.

    La conclusione relativa all’autonomia del bene deve essere distinta dal caso in cui il lastrico venga trasferito espressamente come pertinenza di un altro immobile.

    Nell’abstract dello Studio, il Notariato precisa che la cessione di un lastrico pertinenziale rientra:

    • nel n. 8-bis, se il bene è ceduto come pertinenza di un’abitazione;
    • nel n. 8-ter, se costituisce pertinenza di un fabbricato strumentale.

    In questo caso assume quindi rilevanza il collegamento con il bene principale trasferito.

    Fabbricati collabenti F2: contrasto tra Notariato ed Entrate

    Lo Studio affronta anche la vendita dei fabbricati collabenti, ossia gli immobili classificati nella categoria catastale F2 perché ridotti in condizioni tali da non produrre ordinariamente reddito.

    Anche per questi beni il Notariato ritiene applicabile il n. 8-bis dell’articolo 10. La cessione sarebbe pertanto di regola esente, non essendo sufficiente la classificazione F2 a giustificare un’imponibilità generalizzata. 

    Il documento ufficiale avverte espressamente che alcune conclusioni non sono pienamente condivise dall’Amministrazione finanziaria.

    La posizione è diversa da quella assunta dall’Agenzia delle Entrate con la risposta a interpello n. 554/2022. Secondo l’Amministrazione, un fabbricato classificato F2 al momento della cessione non rientrerebbe nelle categorie ordinarie alle quali si applicano le esenzioni dei numeri 8-bis e 8-ter; la vendita sarebbe quindi soggetta a IVA. La stessa impostazione è stata successivamente richiamata nella risposta n. 405/2023.

    Latrico solare e IVA: cosa cambia per chi vende

    Lo Studio offre un importante orientamento interpretativo, ma non elimina il contrasto con l’Agenzia delle Entrate, soprattutto per i fabbricati collabenti F2.

    Prima della stipula sarà pertanto necessario verificare:

    • la categoria catastale del bene;
    • la sua eventuale natura pertinenziale;
    • la qualifica del venditore;
    • la data di ultimazione dei lavori;
    • l’eventuale opzione per l’imponibilità;
    • gli effetti sulle imposte di registro, ipotecaria e catastale.

    Per i lastrici solari ceduti autonomamente, la linea indicata dal Notariato è comunque chiara: la categoria F5 identifica un bene autonomo, diverso dai fabbricati strumentali, la cui vendita rientra normalmente nel regime di esenzione IVA previsto dall’articolo 10, n. 8-bis.

  • Adempimenti Iva

    Decreto VIDA: in consultazione fino al 6 luglio

    È disponibile in consultazione sul sito del dipartimento Finanze lo schema di decreto legislativo di recepimento delle disposizioni della Direttiva unionale in materia di Iva nell’era digitale che troveranno applicazione dal 1° gennaio 2027. In primo piano i regimi Oss e Ioss e la Single Vat Registration. L’iniziativa nasce proprio “in vista della definizione del decreto” e in attesa delle valutazioni delle altre amministrazioni coinvolte, per consentire ai soggetti interessati di intervenire sul testo prima dell’adozione della versione finale.

    Gli operatori economici interessati potranno inviare osservazioni e proposte fino a lunedì 6 luglio 2026 attraveros una area dedicata con un apposito form.

    Recepimento Direttiva VIDA con la riforda dell’IVA: decreto in consultazionw

    In particolare la consultazione riguarda lo schema di decreto legislativo chiamato a recepire in Italia le disposizioni dell’articolo 2 della direttiva (Ue) 2025/516, parte del pacchetto “Vat in the Digital Age” (ViDA), adottato dal Consiglio l’11 marzo 2025 e pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 25 marzo 2025. 

    Occorre specificare che l’intervento si inserisce in una riforma organica del sistema Iva europeo pensata per adeguare l’imposta alla trasformazione digitale dell’economia, migliorare l’efficienza della riscossione, rafforzare il contrasto alle frodi e alleggerire gli oneri amministrativi per le imprese.

    La consultazione riguarda le disposizioni che troveranno applicazione dal 1° gennaio 2027 e si concentra su:

    • regimi Oss (One Stop Shop) e Ioss (Import One Stop Shop), 
    • sistema della Single Vat Registration. 

    Ricordiamo che il recepimento della direttiva ViDA si sviluppa per fasi successive, avviate nel 2025 e destinate a proseguire fino al 2030, affiancate da regolamenti attuativi e da interventi non solo legislativi, ma anche tecnologici e organizzativi.

    Con tutte queste modifiche normative IVA, si vuole armonizzare la normativa diriferimento  a livello europeo, implementando le piattaforme tecnologiche al fine di favorire la competitività delle imprese attraverso lo snellimento delle procedure e la semplificazione burocratica.

    Occore sottolineare che la consultazione del decreto di recepeimento della direttiva VIDA è rivolta a una platea ampia ed eterogenea, con l’obiettivo di raccogliere osservazioni e proposte utili alla definizione dello schema di decreto.

    • Gli stakeholder chiamati a partecipare alla consultazione sono:
    • associazioni di categoria e professionali, 
    • operatori economici e professionisti, 
    • centri di ricerca e università ma anche privati cittadini.

    Per partecipare bisogna seguire le istruzioni seguenti:

    • consultare lo schema di decreto nell’ area dedicata alla consultazione sul proprio sito web;
    • utilizzare la pagina dedicata alla consultazione e il relativo form online predisposto dall’amministrazione. 

    Clicca qui

    In questo modo il confronto si concentra direttamente sullo schema di decreto che recepisce le disposizioni ViDA applicabili dal 2027 e sui suoi effetti operativi, in particolare per i regimi speciali Iva e per la registrazione unica.

  • Adempimenti Iva

    Attività acquatiche erogate da società sportiva: NON esenti per la Cassazione

    Con Ordinanza n. 20063/2026 la Cassazione ha statuito che i corsi di nuoto erogati da una società sportiva non sono esenti IVA.

    In sintesi la decisione della Suprema Corte ha evidenziato come, l’insegnamento di attività motorie in acqua non è esente malgrado l’importanza e il perseguimento di un obiettivo di interesse pubblico, non rientrano tra l’insegnamento scolastico o universitario.

    Vediamo un confronto con la giurisprudenza comunitaria.

    Corsi di nuoto non esenti IVA: la Cassazione

    La Corte di cassazione ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate e respinto il ricorso incidentale della società contribuente avverso la sentenza della Ctr della Puglia n. 2231/2021 cassandola.

    Per l’anno d’imposta 2010 c'era stato il mancato riconoscimento dell’esenzione da Iva dei corsi di nuoto e ginnastica in acqua: 

    • acquagym,
    • hydrobike,

    tenuti da una società sportiva dilettantistica che l'agenzia aveva ritenuto non rientranti tra le attività didattiche di cui all’art. 10, comma 1, n. 20 del dpr n. 633/72.

    La CTP si era limitata ad annullare le sanzioni, mentre la corte d’appello aveva ritenuto spettasse l’esenzione solo sui corsi appositamente autorizzati.

    Secondo il ricorso della società sportiva affiliata al Coni tutti i corsi da essa tenuti erano da considerarsi esenti da Iva, perché’ didattico-formativi e riconosciuti dalla Federazione pur se nelle ricevute vi era stata una generica indicazione di corsi.

    La società sosteneva di essersi sempre attenuta ai modelli didattici federali e impiegando tecnici e istruttori federali per la tenuta degli stessi.

    I giudici della Suprema Corte però annotano che la Corte di giustizia EU è intervenuta sul tema escludendo l'esenzione dall’Iva dell’insegnamento del nuoto e altre attività motorie in acqua.

    La nozione di insegnamento scolastico o universitario, ai sensi dell’art. 132 della direttiva 2006/112, par.1, lettere i) e j), deve essere interpretata nel senso che non comprende l’insegnamento del nuoto impartito da una scuola nuoto.

    Questa interpretazione impatta anche con l’attuale previsione dell’art.36 bis del dl n. 75/2023, che ha fissato 

    con decorrenza retroattiva l’esenzione Iva per le prestazioni di servizi strettamente connessi con la pratica dello sport, compresi quelli didattici e formativi rese da parte degli enti sportivi dilettantistici. 

    Secondo l’ordinanza in commento tale disposizione va disapplicata in considerazione della primazia in materia di tributi armonizzati non solo nel diritto unionale, ma anche delle sentenze interpretative di norme comunitarie della Corte di giustizia Ue.

    Cambia pertanto il quadro IVA per ASD e SSD, escludendo nuoto, acquagym e hydrogym dall’esenzione prevista per le prestazioni didattiche, perchè l'Ordinanza n. 20063/2026 della Cassazione esclude i corsi di nuoto, acquagym e hydrogym dall’esenzione IVA prevista per le prestazioni didattiche relativamente ai periodi anteriori al 17 agosto 2023 

  • Adempimenti Iva

    IVA e punti delle carte fedeltà: disciplina UE

    La Corte di Giustizia dell’Unione europea, con la sentenza 5 marzo 2026, causa C-436/24, ha chiarito un tema di grande interesse per imprese e operatori fiscali: i punti assegnati ai clienti nei programmi di fidelizzazione non costituiscono “buoni” ai fini IVA.

    La decisione interpreta l’articolo 30 bis della direttiva IVA (direttiva 2006/112/CE), introdotto dalla direttiva 2016/1065, che disciplina il regime fiscale dei voucher o buoni.

    La pronuncia è particolarmente rilevante perché molti operatori commerciali utilizzano sistemi di raccolta punti o premi fedeltà, e la qualificazione fiscale di tali strumenti incide direttamente sulla determinazione della base imponibile IVA.

    IVA per i punti delle carte fedeltà: il caso della Sentenza della Corte UE

    La controversia riguarda una società svedese che vende prodotti per la cura dei capelli e cosmetici, sia in negozi fisici sia online. L’impresa aveva progettato un programma di fidelizzazione gratuito per i clienti privati.

    Il meccanismo funzionava nel seguente modo:

    • i clienti accumulavano punti in base all’importo degli acquisti;
    • i punti potevano essere utilizzati solo in occasione di un successivo acquisto;
    • i punti davano diritto a scegliere prodotti in un “negozio di punti” dedicato;
    • i prodotti disponibili potevano appartenere alla gamma ordinaria o essere articoli di basso valore;
    • le aliquote IVA dei beni erano diverse (ad esempio:
      • 25% per cosmetici
      • 12% per integratori alimentari);
    • i punti non avevano valore monetario, non potevano essere:
      • convertiti in denaro
      • acquistati
      • trasferiti ad altri soggetti;
    • i punti scadevano dopo due anni.

    Il valore dei prodotti ottenibili tramite punti era indicativamente pari al 2–10% del valore degli acquisti effettuati.

    Punti carte fedeltà: trattamento ai fini IVA secondo la Corte UE

    Per chiarire il trattamento IVA del programma, la società ha chiesto un parere preliminare alla Commissione tributaria svedese.

    La questione principale era se i punti attribuiti ai clienti dovessero essere qualificati come “buoni multiuso” ai sensi della direttiva IVA.

    La Commissione ha risposto negativamente, affermando che:

    • i punti non hanno valore monetario determinato
    • sono attribuiti gratuitamente
    • non comportano il trasferimento di un buono.

    La decisione è stata impugnata sia dalla società sia dall’amministrazione finanziaria, e la controversia è giunta alla Corte suprema amministrativa svedese, che ha deciso di sottoporre la questione alla Corte di giustizia UE tramite rinvio pregiudiziale.

    Il giudice svedese ha chiesto alla Corte di chiarire due punti fondamentali:

    • se i punti attribuiti nell’ambito di un programma di fidelizzazione possano costituire un “buono” ai sensi dell’articolo 30 bis della direttiva IVA;
    • in caso affermativo, come debba essere determinata la base imponibile IVA quando tali punti sono utilizzati per ottenere beni.

    La Corte parte dall’analisi dell’articolo 30 bis della direttiva IVA, che definisce il buono come uno strumento che soddisfa due condizioni cumulative.

    Il buono deve essere uno strumento:

    • che contiene l’obbligo di essere accettato come corrispettivo o parziale corrispettivo per una cessione di beni o una prestazione di servizi;
    • nel quale i beni o servizi o l’identità dei potenziali fornitori sono indicati nello strumento o nella relativa documentazione, comprese le condizioni di utilizzo.

    Non tutti gli strumenti commerciali denominati “buoni” rientrano quindi in questa categoria ai fini IVA.

    Nel caso in esame, la Corte osserva che i punti:

    • vengono assegnati in funzione degli acquisti effettuati;
    • possono essere utilizzati solo in occasione di un nuovo acquisto;
    • consentono di ottenere beni di basso valore come premio.

    Secondo i giudici europei, questo meccanismo non comporta un obbligo per il fornitore di accettare i punti come corrispettivo di una cessione di beni o servizi.

    I punti, infatti, non rappresentano un mezzo di pagamento, ma solo un beneficio promozionale o uno sconto indiretto.

    In sostanza, il cliente non acquisisce un vero diritto ad ottenere beni mediante un corrispettivo autonomo: riceve piuttosto un premio legato alla prosecuzione del rapporto commerciale.

    La Corte di giustizia conclude affermando il seguente principio: “La nozione di ‘buono’ definita all’articolo 30 bis, punto 1, della direttiva IVA deve essere interpretata nel senso che essa non include l’assegnazione di punti da parte di un fornitore ai suoi clienti nell’ambito di un programma di fidelizzazione, in forza del quale i punti sono determinati in funzione dell’importo degli acquisti di beni e utilizzati da tali clienti per ottenere ulteriori beni offerti in vendita da tale fornitore in occasione di un nuovo acquisto presso quest’ultimo, dal momento che detti punti non contengono alcun obbligo per il fornitore di accettarli come corrispettivo totale o parziale a fronte di una cessione di beni.”

    Nel caso dei programmi di fidelizzazione, tuttavia, la Corte ritiene che non si sia neppure in presenza di un “buono”, rendendo irrilevante la distinzione. La decisione introduce un chiarimento importante nel sistema IVA europeo.

    I programmi di fidelizzazione basati su raccolta punti legata agli acquisti devono essere considerati strumenti promozionali, non voucher fiscalmente rilevanti.

    Ne derivano alcune conseguenze pratiche:

    • l’attribuzione dei punti non costituisce una cessione di buoni;
    • il meccanismo è assimilabile a sconti o premi commerciali;
    • non si applicano le regole IVA specifiche previste per i voucher.

  • Adempimenti Iva

    Lavanderia per ospiti RSA: trattamento ai fini IVA

    Con la Consulenda giuridica n 4 del 3 marzo le Entrate hanno chiarito aspetti del servizio di lavanderia per ospiti RSA trattamento ai fini IVA
    In sintesi il servizio di lavanderia per gli indumenti personali degli ospiti delle Rsa non può essere considerato essenziale o funzionale alla gestione globale della Residenza e, quindi, è soggetto al regime Iva ordinario. 

    Servizio di lavanderia per ospiti RSA: trattamento ai fini IVA

    Con l'istanza l'Associazione Alfa chiede di conoscere la corretta aliquota IVA applicabile al servizio di lavanderia per indumenti personali di ospiti delle Residenze Sanitarie Assistenziali ''RSA'' quando reso da cooperative sociali ovvero da imprese.
    In particolare, l'Associazione riferisce che le lavanderie industriali ''si offrono come appaltatrici per le RSA committenti, al fine di garantire il servizio di lavaggio, stiratura e trattamento sanitizzante degli indumenti personali degli ospiti soggiornanti presso la struttura del committente''.
    Detta prestazione: '' consiste in un servizio che non attiene alla gestione globale della RSA, ma che è solo incidentalmente collegato con essa, dal momento che ha ad oggetto indumenti personali del ricoverato, che sceglie di avvalersi del servizio di lavanderia, ma che
    potrebbe rivolgersi parimenti a familiari o a soggetti comunque esterni'';
    '' è solitamente prevista, quale servizio opzionale, all'interno del servizio globale verso la RSA. Il ricoverato sceglie autonomamente di fruire del servizio che viene appositamente tracciato in relazione a ciascun ricoverato, dal prestatore del servizio e viene rendicontato e fatturato alla struttura che lo riaddebita al cliente/paziente''.
    Le Entrate replicano che tale servizion sconta l'IVA ordinaria, concordando con l'interpretazione dell'istante, e richiama innanzitutto l’articolo 10, primo comma, n. 21), del decreto Iva, che prevede l’esenzione per le prestazioni tipiche di strutture come brefotrofi, case di riposo e servizi analoghi, includendo anche vitto, indumenti, medicinali e attività accessorie.

    Al riguardo, le risoluzioni n. 188/2002 e n. 164/2005 hanno chiarito che l’elencazione delle attività esenti non è tassativa: ciò che conta è che l’ente assicuri alloggio ed eventuali prestazioni accessorie a persone che necessitano di assistenza e cura.

    La risoluzione n. 39/2004 ha precisato, inoltre, che la natura giuridica dell’ente che eroga il servizio non è determinante e che se il servizio è distinto e non essenziale per la gestione globale della Residenza, va applicato il regime Iva ordinario, salvo che rientri in una delle specifiche esenzioni dell’articolo 10 del Dpr n. 633/1972.

    L’Agenzia prosegue richiamando lla risoluzione n. 164/2005, che descrive le attività riconducibili alla “gestione globale” della Rsa, ricordando che tali strutture accolgono anziani non autosufficienti e hanno come obiettivo la tutela della salute fisica, del benessere psicologico e il mantenimento delle capacità residue, assicurando un progetto complessivo di assistenza.

    Con documenti di prassi più recenti, l’Amministrazione ha confermato che per beneficiare dell’esenzione occorre che il servizio sia effettivamente integrato nell’organizzazione assistenziale della Rsa.

    In conclusione, l’Amministrazione evidenzia che il servizio di lavanderia per gli indumenti personali degli ospiti non può essere considerato essenziale o funzionale alla gestione globale della Rsa. 

    Il fatto che sia un servizio opzionale, liberamente attivabile dall’ospite e sostituibile con soluzioni alternative, ne conferma la natura accessoria e non assistenziale.

    Allegati:
  • Adempimenti Iva

    Saldo IVA: entro il 16 marzo o a rate

    Il 16 marzo scade il termine ordinario per il versamento del saldo IVA relativo all’anno 2025 che risulta dalla Dichiarazione IVA 2026.

    Sinteticamente, si ricorda che il versamento: 

    • è dovuto se d'importo almeno pari a 10,33 euro (10,00 euro per effetto degli arrotondamenti effettuati in dichiarazione);
    • deve essere effettuato utilizzando il modello F24 telematico con codice tributo 6099.

    Attenzione al fatto che la scadenza di pagamento può essere differita ai termini previsti per il pagamento del saldo delle imposte dirette, usufruendo anche dell'ulteriore differimento di 30 giorni pagando la maggiorazione dello 0,40%.

    Leggi anche IVA 2026: invio dal 1° febbraio con il provvedimento ADE che ha approvato il Modello IVA 2026 e le relative istruzioni.

    Saldo IVA anno d’imposta 2025: entro il 16 marzo

    Per il versamento del saldo IVA 2025, potendo essere differito al termine fissato per il saldo delle imposte sui redditi, è fondamentale ricordare le scadenze previste per il versamento delle imposte sui redditi e in particolare:

    • persone fisiche e società di persone (di cui all'art 5 del TUIR):
      • entro il 30 giugno dell'anno di presentazione della dichiarazione dei redditi,
      • dal 1° luglio al 30 luglio con la maggiorazione dello 0,40% (differimento di 30 giorni)
    • soggetti IRES:
      • entro l’ultimo giorno del 6° mese successivo a quello di chiusura del periodo d’imposta, che per le società con esercizio coincidente con l’anno solare coincide con il 30 giugno,
      • dal 1° luglio al 30 luglio con la maggiorazione dello 0,40% per le società con esercizio coincidente con l’anno solare (differimento di 30 giorni).

    Saldo IVA anno d’imposta 2025: come si paga

    Il versamento dell’IVA deve essere effettuato tramite il modello F24 con le modalità telematiche, direttamente dal soggetto interessato o tramite intermediario abilitato.

    Ai fini del pagamento è possibile avvalersi dei seguenti servizi:

    • F24 On Line: per i contribuenti che hanno il “pincode” di abilitazione al servizio. Ricordiamo che per poter avere tale servizio è necessario avere un conto corrente in una banca convenzionata con l’Agenzia delle Entrate, sul quale saranno addebitate le somme;
    • F24 cumulativo: per gli incaricati della trasmissione telematica delle dichiarazioni che intendono eseguire i versamenti on line delle somme dovute dai loro clienti con addebito diretto sui conti correnti bancari di questi ultimi o sul conto corrente dell’intermediario medesimo;
    • Home/remote banking: tali sistemi sono collegati al circuito Corporate Banking Interbancari (CBI) del sistema bancario o altri sistemi di home banking offerti dagli istituti di credito o dalle Poste Italiane S.p.A.

    Si precisa che ai fini della compilazione del modello F24 occorrerà indicare all’interno della Sezione “Erario”:

    • il codice tributo “6099”;
    • il codice tributo "1668" per gli interessi rateali (se si è scelta la rateizzazione)
    • il numero della rata che si sta versando ed il numero totale delle rate (ad esempio, “0106” per la prima rata di 6, “0101” se si è scelto il versamento in unica soluzione);
    • l’anno di riferimento “2024”;
    • l’importo del saldo IVA dovuto, a tal proposito occorre segnalare che:
      • se il versamento è effettuato in unica soluzione entro il 16.03.2026, l’importo da indicare va esposto nel modello F24 arrotondato all’unità di euro perché è quello risultante dalla dichiarazione Iva annuale;
      • se il versamento è differito a giugno/luglio e/o è rateizzato, l’importo va esposto nel modello F24 al centesimo di euro.
    • l’importo del credito disponibile (ad esempio, IRPEF, IRES, ecc.) eventualmente utilizzato in compensazione del saldo IVA.

  • Adempimenti Iva

    Detrazione IVA per masse: abrogazione prorogata al 2027

    L’articolo 4, comma 12-octies, inserito in sede referente per la conversione del Milleproroghe 2026 stabilisce che l’abrogazione della disposizione sulla rettifica della detrazione IVA c.d. “per masse” decorre dal 1° gennaio 2027 (e non dal 13 dicembre 2025), facendo salvi i comportamenti antecedenti all’entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto-legge e, fino alla loro conclusione le rettifiche in corso al 1° gennaio 2027.

    La Legge n 26/2026 di conversione del Milleproroghe è in vigore dal 1° marzo con anche questa novità.

    Ricordiamo che cos'è la detrazione IVA per masse e cosa ha previsto in proposito la riforma fiscale.

    Detrazione IVA per masse: abrogazione prorogata al 1° gennaio 2027

    Nell’ambito della delega di riforma fiscale in materia IVA, l’articolo 4, comma 12-octies, inserito in sede referente alla Camera, proroga dal 13 dicembre 2025 al 1° gennaio 2027 la decorrenza della disposizione di cui all’articolo 9 del decreto legislativo n. 186 del 2025 concernente l’abrogazione di una norma in materia di rettifica della detrazione dell’imposta sul valore aggiunto (IVA).
    Si ricorda che il decreto legislativo n. 186 del 2025 reca una serie di disposizioni in materia di “Terzo settore, crisi d’impresa, sport e imposta sul valore aggiunto".
    In tale contesto, con l’articolo 9 si dispone l’abrogazione della disposizione, di cui al comma 3 dell’articolo 19-bis.2 del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972, concernente la disciplina della rettifica della detrazione IVA c.d. “per masse”. 

    Si tratta della rettifica generalizzata della detrazione dell’imposta da eseguire in caso di cambio di regime IVA.
    Pertanto, a decorrere dal 1° gennaio 2027, in caso mutamenti nel regime fiscale delle operazioni attive, nel regime di detrazione dell’imposta sugli acquisti o nell’attività che comportano la detrazione dell’imposta in misura diversa da quella già operata, non si rende più necessario operare la rettifica limitatamente ai beni ed ai servizi non ancora ceduti o non ancora utilizzati (rettifica della detrazione IVA c.d. “per massa”). 

    In tali circostanze, si applicheranno le altre disposizioni in  materia di rettifica della detrazione IVA in relazione alla variazione dell’utilizzo dei singoli beni e servizi (rettifica della detrazione IVA c.d. “analitica”).
    La norma, di cui al comma 12-octies, fa espressamente salve, fino alla loro conclusione, le rettifiche in corso alla data del 1° gennaio 2027.
    Considerato che l’articolo 9 è entrato in vigore, di fatto, in data 13 dicembre 2025, sono espressamente fatti salvi, in ogni caso, i comportamenti antecedenti alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.
    La proroga della decorrenza di tale disposizione si è resa necessaria, in conseguenza dell’entrata in vigore, dal 1° gennaio 2027, del decreto legislativo n. 10 del 2026 (c.d. “Testo unico delle disposizioni legislative in materia di imposta sul valore aggiunto”) che abroga e sostituisce le disposizioni contenute nel decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972. 

    In particolare, le disposizioni in materia di rettifica della detrazione sono riconducibili all’articolo 59 del citato decreto legislativo n. 10 del 2026 che ripropone il contenuto dell’articolo 19-bis.2 del d.P.R. n. 633 del 1972 senza la disposizione di cui al comma 3.

    Ricordiamo che l’articolo 19-bis.2 del d.P.R. n. 633 del 1972, reca delle disposizioni in materia di rettifica della detrazione IVA, con riguardo sia ai beni ammortizzabili, sia ai beni non ammortizzabili.
    In linea generale, la disciplina della rettifica della detrazione trova fondamento nel c.d. “principio di inerenza” delle operazioni di acquisto IVA, in forza del quale il soggetto passivo detrae l’IVA collegata all’acquisto di beni e servizi utilizzati per la produzione di operazioni imponibili “a valle”.
    Qualora tali beni e servizi siano utilizzati per effettuare operazioni che danno diritto alla detrazione in misura diversa da quella prevista al momento dell’acquisto, il soggetto passivo è tenuto, ai sensi dell’articolo 19-bis.2 del d.P.R. n. 633 del 1972, ad eseguire la rettifica (in aumento o in diminuzione) della detrazione dell’imposta.
    Il comma 3 del citato articolo prevede una disposizione ad hoc in materia di detrazione IVA c.d. “per masse” e più precisamente, in presenza dei determinati mutamenti la rettifica della detrazione IVA deve essere eseguita limitatamente ai beni ed ai servizi non ancora ceduti o non ancora utilizzati e, per i beni ammortizzabili, se non sono trascorsi 4 anni da quello della loro entrata in funzione.

    La norma fa riferimento ai seguenti mutamenti, di carattere generale, che comportano la detrazione dell’imposta in misura diversa da quella già operata:

    • nel regime fiscale delle operazioni attive;
    • nel regime di detrazione dell’imposta sugli acquisti; o
    • nell’attività svolta.

    In attuazione dei principi di delega, di cui all’articolo 7, comma 1, lettera d), numero 1) e numero 2), della legge n. 111 del 2023, l’articolo 9 del decreto legislativo n. 186 del 2025 dispone l’abrogazione dell’articolo 19-bis.2, comma 3, del d.P.R. n. 633 del 1972, a decorrere dalla data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo (ossia dal 13 dicembre 2025).

    Si ricorda che, dal 1° gennaio 2027, l’articolo 19-bis.2 del d.P.R. n. 633 del 1972 è abrogato e sostituito dall’articolo 59 del decreto legislativo n. 10 del 2026  che ripropone il contenuto dell’articolo 19-bis.2 del d.P.R. n. 633 del 1972 senza la disposizione di cui al comma 3.

    Per effetto della proroga disposta dal comma 12-octies dell’articolo 4 del decreto-legge n. 200 del 2025 l’abrogazione del comma 3, dell’articolo 19-bis.2, del d.P.R. n. 633 del 1972, decorre dal 1° gennaio 2027.