• Accertamento e controlli

    CPB 2026-2027: professionisti con ISA differenti

    Il professionista che esercita un'attività autonoma e partecipa contemporaneamente a un'associazione professionale può accedere al concordato preventivo biennale (CPB) 2026-2027 anche se l'associazione non aderisce, a condizione che le due attività siano riconducibili a ISA differenti.

    Lo chiarisce l'Agenzia delle Entrate nella risposta a interpello n. 191/2026, esaminando il caso di un notaio che svolge la professione individualmente e partecipa a un'associazione notarile dedicata esclusivamente alla gestione delle esecuzioni immobiliari e delle aste.

    Il chiarimento tiene conto delle modifiche introdotte dal Dlgs n. 148/2026, applicabili a decorrere dal biennio 2026-2027.

    Concordato preventivo biennale: quali dubbi solleva il professionista?

    Il contribuente istante esercita individualmente l'attività di notaio ed è contemporaneamente associato a un'associazione professionale costituita da diversi notai, che si occupa esclusivamente della gestione delle esecuzioni immobiliari e delle aste di vendita.

    Avendo già aderito al CPB per il biennio 2024-2025, il professionista intende rinnovare l'adesione per il 2026-2027.

    Il dubbio riguarda l'applicabilità delle cause di esclusione previste dall'articolo 11, comma 1, lettere b-quinquies) e b-sexies), del Dlgs n. 13/2024, introdotte dal Dlgs n. 81/2025.

    In particolare, il notaio chiede se possa aderire al CPB indipendentemente dall'adesione dell'associazione e degli altri professionisti associati.

    Perché il notaio ritiene di poter aderire autonomamente?

    Secondo l'istante, le cause di esclusione non dovrebbero applicarsi alla sua situazione, considerando le specifiche disposizioni dello statuto associativo.

    L'associazione può svolgere esclusivamente le attività relative alle esecuzioni immobiliari, mentre le altre prestazioni notarili rimangono nell'ambito dell'attività individuale.

    Il professionista sostiene quindi che la separazione delle attività impedisca il trasferimento di redditi tra il singolo notaio e l'associazione, fenomeno che, a suo avviso, le cause di esclusione intendono contrastare.

    Cosa risponde l'Agenzia delle Entrate?

    L'Agenzia richiama le modifiche apportate dall'articolo 28 del Dlgs n. 148 del 7 agosto 2026, che hanno circoscritto l'applicazione delle due cause di esclusione dal CPB.

    A partire dal biennio 2026-2027, le cause di esclusione in esame non operano quando il professionista e l'associazione partecipata esercitano attività economiche riconducibili a ISA differenti.

    Pertanto:

    • il professionista può accedere al CPB anche se l'associazione non aderisce;
    • l'associazione può accedere al CPB anche se non aderiscono tutti gli associati che dichiarano individualmente redditi di lavoro autonomo.

    In entrambi i casi, la condizione rilevante è la riconducibilità delle rispettive attività a ISA differenti.

    Quali ISA applicano il notaio e l'associazione?

    Nel caso esaminato, l'Agenzia rileva che, per il periodo d'imposta 2024, risultano presentati due modelli ISA diversi:

    Soggetto Modello ISA Codice ATECO
    Notaio individuale DK01U – Attività degli studi notarili 69.10.20 – Attività notarili
    Associazione professionale DK30U – Attività di supporto alle attività legali, giuridiche e notarili 69.10.30 – Attività di supporto alle attività legali, giuridiche e notarili

    L'Agenzia conclude che il notaio può accedere alla proposta di CPB 2026-2027 a prescindere dall'eventuale adesione dell'associazione, purché entrambi continuino a svolgere attività riconducibili a ISA differenti.

    La conclusione presuppone la corretta applicazione dei codici ATECO e degli ISA, circostanza che l'Agenzia precisa di non aver verificato nell'interpello.

    Restano inoltre impregiudicate le verifiche sugli altri requisiti di accesso e sulle eventuali cause di esclusione, decadenza e cessazione dal concordato.

    FAQ sul concordato preventivo biennale 2026-2027

    Il professionista può aderire al CPB se l'associazione non aderisce?

    Sì, per la causa di esclusione esaminata, se le rispettive attività economiche sono riconducibili a ISA differenti e sussistono gli altri requisiti previsti.

    Tutti gli associati devono aderire al concordato?

    Non necessariamente. L'associazione può accedere al CPB senza l'adesione di tutti i professionisti associati che dichiarano redditi autonomi individuali, se le attività sono riconducibili a ISA differenti.

    Da quando si applicano le nuove disposizioni?

    Le modifiche introdotte dal Dlgs n. 148/2026 alle lettere b-quinquies) e b-sexies) si applicano a decorrere dal biennio d'imposta 2026-2027.

    Fonte: Agenzia delle Entrate, risposta a interpello n. 191/2026.

    Allegati:
  • Accertamento e controlli

    CPB 2026-2027: niente benefici del rinnovo se il precedente concordato è cessato

    L’Agenzia delle Entrate, nella FAQ n. 1 del 13 ottobre 2026, chiarisce che la cessazione del CPB 2024-2025 interrompe la continuità tra i bienni, escludendo i benefici premiali rafforzati e l’accesso al ravvedimento 2020-2023.

    CPB 2026/2027: si può accedere dopo una cessazione precedente?

    Con la FAQ n. 1 del 13 ottobre 2026, l’Agenzia delle Entrate interviene sul tema del rinnovo del Concordato preventivo biennale (CPB) 2026-2027, chiarendo gli effetti della cessazione del precedente concordato sull’applicazione dei benefici riservati ai contribuenti che rinnovano l’adesione.

    Il chiarimento riguarda, in particolare, il caso di una società per la quale il CPB 2024-2025 è cessato nel corso del 2025 a seguito dell’incremento del numero dei soci, ai sensi dell’articolo 21, comma 1, lettera b-ter), del D.Lgs. n. 13/2024.

    Il punto centrale è il requisito della continuità tra i due bienni di concordato, necessario per accedere alle agevolazioni previste in caso di rinnovo.

    Una società che ha aderito al Concordato preventivo biennale 2024-2025, successivamente cessato nel corso del 2025 per l'incremento del numero dei soci, può aderire alla proposta di CPB 2026-2027?

    In caso di nuova adesione, può beneficiare del potenziamento dei benefici premiali ISA previsto dall'articolo 14 del D.Lgs. n. 13/2024 e accedere al regime del ravvedimento relativo alle annualità 2020-2023?

    La risposta dell'Agenzia delle Entrate

    Nella FAQ n. 1 del 13 ottobre 2026, l'Agenzia delle Entrate chiarisce che la società può aderire al CPB 2026-2027, ma tale adesione non può essere considerata un rinnovo del precedente concordato, poiché la cessazione intervenuta nel 2025 ha interrotto la continuità tra i due bienni.

    Di conseguenza, non risultano applicabili gli ulteriori benefici premiali ISA previsti dall'articolo 14 del D.Lgs. n. 13/2024,come modificato dall'articolo 28, comma 1, lettera c), del D.Lgs. n. 148/2026, riservati ai contribuenti che rinnovano l'adesione.

    Tra questi rientra, ad esempio, la riduzione di due anni dei termini di accertamento.

    La mancanza del requisito della continuità impedisce inoltre l'accesso al regime del ravvedimento per le annualità 2020-2023, riservato ai soggetti che, relativamente al biennio d'imposta 2026-2027, rinnovano l'adesione al CPB.

    Pertanto, nel caso esaminato:

    • la società può aderire a una nuova proposta di concordato per il biennio 2026-2027;
    • la nuova adesione non costituisce un rinnovo del CPB 2024-2025;
    • non spettano i benefici premiali rafforzati collegati al rinnovo;
    • non è possibile accedere al ravvedimento 2020-2023.

    Il principio espresso dall'Agenzia si fonda quindi sulla necessità che sussista una continuità applicativa tra il CPB 2024-2025 e quello 2026-2027.

    Le medesime conclusioni potrebbero applicarsi anche alle ipotesi di decadenza dal precedente concordato, poiché anche in tale circostanza verrebbe meno la continuità tra i due bienni. 

  • Accertamento e controlli

    POS e scontrini: tolleranza del 5% per gli errori, Carbone conferma

    Durante un recente convegno il Diretto ADE Carbone ha confermato che per le operazioni di controllo su POS e RT lo scostamento verrà preso in considerazione se supera la soglia del 5%. 

    Tale limite di tolleranza per gli errori formali è stato previsto dal decreto legislativo 148/2026 pubblicato in GU n 185 del giorno 11 agosto.

    Tra gli interventi in esso contenuti trova appunto spazio una modifica destinata ad avere un impatto concreto sulle attività commerciali e sugli operatori che certificano i corrispettivi mediante registratori telematici.

    Il legislatore introduce infatti una soglia di tolleranza che esclude l’applicazione delle sanzioni nei casi in cui le differenze tra i pagamenti elettronici effettuati e quelli trasmessi telematicamente rimangano entro un limite fisiologico.

    Di fatto si vuole evitare che mere anomalie tecniche o disallineamenti di modesta entità possano dar luogo a contestazioni, distinguendo gli errori occasionali dalle violazioni realmente significative.

    POS e scontrini: l’integrazione tra corrispettivi e pagamenti elettronici

    La novità si inserisce nel più ampio processo di digitalizzazione avviato dalla legge di Bilancio 2025, che a decorrere dal 1° gennaio 2026 ha previsto la piena integrazione tra gli strumenti utilizzati per accettare i pagamenti elettronici e quelli impiegati per certificare i corrispettivi.

    In pratica, il dispositivo (POS) con cui vengono incassati i pagamenti mediante carte, bancomat o altre modalità elettroniche dovrà dialogare costantemente con il registratore telematico o con il software utilizzato per la memorizzazione e la trasmissione dei corrispettivi. 

    Il sistema sarà quindi chiamato a trasmettere: 

    • non solo i dati relativi ai corrispettivi giornalieri, ma 
    • anche quelli riferiti ai pagamenti elettronici effettuati nel corso della giornata, 

    consentendo all’Agenzia delle Entrate un controllo sempre più puntuale della coerenza tra gli incassi e le certificazioni fiscali.

    L’obbligo riguarda tutti gli operatori tenuti alla memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi, compresi coloro che utilizzeranno le future soluzioni software autorizzate dall’Agenzia; restano invece esclusi i dispositivi utilizzati esclusivamente nell’ambito di attività già esonerate dagli obblighi di certificazione dei corrispettivi.

    POS e scontrini: il regime sanzionatorio attualmente previsto

    La disciplina vigente prevede specifiche sanzioni quando la trasmissione dei corrispettivi o dei dati relativi ai pagamenti elettronici risulta omessa, tardiva o inesatta, purché tali irregolarità non incidano sulla corretta liquidazione dell’imposta: in tali ipotesi è prevista una sanzione amministrativa pari a 100 euro per ogni trasmissione irregolare, entro il limite massimo di 1.000 euro per ciascun trimestre.

    A ciò si aggiunge il possibile ricorso alle sanzioni accessorie previste per le violazioni ripetute degli obblighi di certificazione dei corrispettivi, applicabili anche quando l’inosservanza riguarda la comunicazione dei dati relativi ai pagamenti elettronici.

    Si tratta di un sistema che, almeno fino ad oggi, non distingueva tra errori di lieve entità e anomalie di maggiore consistenza – vista l’assenza di importi minimi entro i quali le sanzioni non andavano irrogate.

    Pos e scontrini: arriva la franchigia del 5% per i lievi errori

    È proprio su questo aspetto che interviene il Decreto Omnibus, introducendo una soglia di tolleranza destinata a escludere l’applicazione delle sanzioni quando lo scostamento tra il numero delle operazioni registrate come pagamenti elettronici e quello dei pagamenti effettivamente incassati non supera il 5%. 

    Pertanto, in presenza di differenze contenute entro tale limite l’irregolarità viene considerata fisiologica e non determina conseguenze sanzionatorie.

    La modifica appare ispirata a un criterio di proporzionalità, riconoscendo che nella gestione quotidiana delle attività commerciali possono verificarsi piccoli disallineamenti dovuti a problematiche tecniche, errori operativi o temporanei malfunzionamenti dei sistemi informatici.

    In questo modo il legislatore evita che difformità marginali possano essere trattate alla stregua di violazioni sostanziali.

    Attenzione al fatto che la tolleranza riguarda esclusivamente le ipotesi in cui le difformità tra pagamenti elettronici e dati trasmessi non producano effetti sulla determinazione dell’imposta; diversamente, quando l’irregolarità incide sulla corretta liquidazione dell’IVA o determina un’alterazione dell’imponibile, continueranno a trovare applicazione le ordinarie disposizioni sanzionatorie, senza alcuna franchigia quantitativa.

    La distinzione conferma come il legislatore abbia voluto alleggerire il trattamento delle violazioni esclusivamente formali, mantenendo invece inalterato il presidio sanzionatorio nei confronti delle irregolarità suscettibili di arrecare un concreto pregiudizio alle entrate erariali.

    Carbone conferma la strada delle verifiche in base a quanto previsto dall'Omnibus per tutti i controlli 2026.

  • Accertamento e controlli

    CPB 2026-2027, acconti: niente maggiorazione per chi rinnova

    La Circolare n. 8/E del 6 ottobre riepiloga le regole per il calcolo degli acconti nel Concordato preventivo biennale e recepisce le novità del decreto Omnibus: per chi rinnova il CPB non si applicano le maggiorazioni del 10% e del 3%.

    Possibile anche la rateizzazione senza interessi di saldo e acconti.

    CPB 2026-2027, acconti: niente maggiorazione per chi rinnova

    Con la Circolare n. 8/E del 6 ottobre 2026, l'Agenzia delle Entrate ha riordinato in un unico documento la disciplina del Concordato preventivo biennale (CPB), recependo anche le modifiche introdotte dal decreto Omnibus, D.Lgs. n. 148/2026.

    Tra gli aspetti sui quali il documento fornisce un quadro aggiornato figurano le regole per la determinazione degli acconti, tema sul quale l'Agenzia era già intervenuta attraverso diverse FAQ.

    Vediamo quindi come cambiano gli acconti del CPB e, in particolare, quali vantaggi sono previsti per chi rinnova l'adesione per il biennio 2026-2027.

    CPB e acconti: le regole generali

    La disciplina di riferimento è contenuta nell'articolo 20 del decreto CPB.

    Come regola generale, l'acconto delle imposte sui redditi e dell'IRAP relativo ai periodi d'imposta oggetto del concordato viene determinato secondo le regole ordinarie, tenendo però conto del reddito e del valore della produzione netta concordati.

    Per il primo periodo d'imposta di adesione al CPB, in caso di utilizzo del metodo storico, è prevista una specifica maggiorazione.

    In particolare:

    • per le imposte sui redditi, la maggiorazione è pari al 10% della differenza positiva tra il reddito concordato e quello d'impresa o di lavoro autonomo dichiarato per il periodo precedente, opportunamente rettificato;
    • per l'IRAP, la maggiorazione è pari al 3% della differenza positiva tra il valore della produzione netta concordato e quello dichiarato per il periodo precedente.

    Le maggiorazioni sono versate entro il termine previsto per la seconda o unica rata dell'acconto.

    Se invece viene utilizzato il metodo previsionale, per il primo anno di adesione la seconda rata è determinata considerando l'acconto complessivamente dovuto sulla base del reddito e del valore della produzione concordati, al netto di quanto già versato con la prima rata.

    Acconti 2026: cosa succede con il metodo storico

    Nel corso del 2026 l'Agenzia delle Entrate era già intervenuta con alcune FAQ per chiarire come gestire il passaggio tra un periodo concordato e quello successivo.

    Uno dei principi ribaditi è che, nel calcolo dell'acconto con il metodo storico, per il periodo precedente soggetto a concordato non assume rilievo il reddito effettivamente realizzato.

    Il riferimento deve essere invece all'imposta determinata considerando il reddito e il valore della produzione netta concordati.

    Il principio conferma la particolare natura del CPB: durante il periodo oggetto dell'accordo con il Fisco, ai fini delle imposte interessate, il parametro fiscale di riferimento è rappresentato dal valore concordato e non dalle variazioni del reddito effettivamente conseguito, fatte salve le ipotesi espressamente previste dalla normativa.

    Rinnovo CPB 2026-2027: niente maggiorazione degli acconti

    La principale novità riguarda però i contribuenti che rinnovano il concordato per il biennio immediatamente successivo.

    Il D.Lgs. n. 148/2026 ha inserito nell'articolo 20 il nuovo comma 3-bis, secondo il quale, in caso di rinnovo, non trovano applicazione le regole speciali previste per il primo periodo d'imposta di adesione.

    Di conseguenza, il contribuente che ha aderito al CPB 2024-2025 e rinnova per il 2026-2027, utilizzando il metodo storico, non deve applicare la maggiorazione del 10% sulle imposte sui redditi né quella del 3% sull'IRAP.

    La Circolare 8/E spiega la novità considerando il primo anno del rinnovo come una naturale prosecuzione del concordato sottoscritto per il biennio precedente.

    Non si tratta quindi, ai fini degli acconti, di un nuovo primo anno di accesso al CPB.

    La regola è particolarmente rilevante perché dà veste normativa a un orientamento che l'Agenzia aveva già anticipato nei chiarimenti forniti nel giugno 2026.

    L’esclusione vale solo in caso di rinnovo consecutivo

    Occorre però prestare attenzione al concetto di rinnovo.

    L'esclusione dalle maggiorazioni riguarda il passaggio al biennio immediatamente successivo.

    È quindi diversa la posizione del contribuente che, dopo aver aderito a un biennio, interrompe il CPB e aderisce nuovamente in un periodo successivo.

    In quest'ultima situazione non si avrebbe una prosecuzione senza soluzione di continuità e tornerebbero quindi rilevanti le regole previste per il primo periodo di adesione.

    Saldo e acconti rateizzabili senza interessi

    Il decreto Omnibus introduce per chi rinnova anche un'altra agevolazione relativa ai versamenti.

    La novità, distinta dalle modalità di determinazione dell'acconto, riguarda la possibilità di rateizzare senza applicazione di interessi le somme dovute a titolo di saldo e acconto delle imposte relative ai periodi oggetto del concordato.

    Il beneficio è previsto per i contribuenti che rinnovano l'adesione al CPB e si aggiunge agli altri vantaggi riconosciuti per favorire la prosecuzione dell'accordo con il Fisco.

    In concreto, quindi, il rinnovo per il 2026-2027 comporta un duplice vantaggio sul fronte dei versamenti: da un lato viene eliminata la maggiorazione prevista per il primo anno di adesione e, dall'altro, viene consentita la rateizzazione senza interessi.

    CPB e acconti: cosa cambia rispetto ai precedenti chiarimenti

    Il quadro che emerge dalla Circolare 8/E conferma parte dei chiarimenti forniti dall'Agenzia negli ultimi due anni, ma incorpora anche le modifiche normative intervenute nel frattempo.

    Per chi aderisce per la prima volta restano quindi centrali le regole del primo anno di CPB e le relative maggiorazioni.

    Per chi rinnova, invece, il decreto Omnibus introduce un trattamento più favorevole: il nuovo biennio viene considerato una prosecuzione del precedente concordato e non comporta l'applicazione delle maggiorazioni previste per il primo accesso.

    La distinzione tra prima adesione e rinnovo diventa quindi essenziale anche per calcolare correttamente gli acconti dovuti.

    In sintesi

    Situazione Acconti
    Prima adesione al CPB con metodo storico Maggiorazione del 10% sulle imposte sui redditi e del 3% sull'IRAP, se emerge una differenza positiva
    Rinnovo per il biennio immediatamente successivo Nessuna maggiorazione del 10% o del 3%
    Rinnovo CPB Possibile rateizzazione di saldo e acconti senza interessi
    Metodo storico dopo un periodo concordato Rilevano le imposte determinate sulla base dei valori concordati, secondo le regole applicabili

    La Circolare 8/E del 2026 offre quindi un'occasione per fare il punto sugli acconti CPB alla luce delle FAQ intervenute nel corso dell'anno e, soprattutto, delle modifiche introdotte in agosto dal decreto Omnibus.

  • Accertamento e controlli

    Concordato preventivo biennale 2026-2027: la Circolare 8/E chiarisce le nuove regole

    Con la Circolare n. 8/E del 6 ottobre 2026 l’Agenzia delle Entrate fa il punto sul Concordato preventivo biennale, alla luce delle modifiche introdotte nel corso dell’anno. 

    Tra i chiarimenti più rilevanti, le nuove regole sugli errori dichiarativi, che non determinano più automaticamente la decadenza, i limiti alle proposte del Fisco e i maggiori benefici riconosciuti a chi rinnova il CPB per il biennio 2026-2027. Adesione entro il 2 novembre.

    Concordato preventivo biennale 2026-2027: la Circolare 8/E chiarisce le nuove regole

    Arriva la guida aggiornata dell’Agenzia delle Entrate sul Concordato preventivo biennale 2026-2027.

    La Circolare n. 8/E del 6 ottobre raccoglie in un unico documento le regole dell’istituto, i chiarimenti forniti negli ultimi anni attraverso circolari e FAQ e, soprattutto, le novità introdotte nel 2026 dal decreto-legge n. 38/2026 e dal Dlgs n. 148/2026, decreto Omnibus.

    Per aderire c’è tempo fino al 2 novembre 2026, considerato che il termine del 31 ottobre cade di sabato. La scelta può essere effettuata con la dichiarazione dei redditi oppure autonomamente, trasmettendo il modello CPB con il frontespizio di Redditi 2026.

    Possono aderire i contribuenti titolari di reddito d’impresa o di lavoro autonomo soggetti agli ISA per il 2025, sia alla prima adesione sia in caso di rinnovo del concordato 2024-2025.

    Errori e cause di esclusione: l’adesione può diventare inefficace, senza decadenza

    Uno dei chiarimenti più importanti riguarda le conseguenze dell’adesione effettuata in assenza dei requisiti previsti dalla legge o in presenza di una causa di esclusione.

    Dal biennio 2026-2027 non si parla più, in questi casi, di decadenza dal CPB: l’adesione è invece considerata priva di effetti, quindi come se non fosse mai avvenuta.

    La distinzione è sostanziale. Nel precedente assetto l’emersione successiva di una causa ostativa poteva comportare la decadenza dall’accordo; con le nuove regole viene eliminato questo rischio nei casi in cui il contribuente non avesse fin dall’origine i requisiti per accedere all’istituto.

    Dichiarazione integrativa: l’errore può essere corretto salvando il CPB

    La Circolare dedica particolare attenzione anche agli errori o alle omissioni presenti nella dichiarazione dei redditi o nei dati utilizzati per formulare la proposta.

    La novità è che l’irregolarità non determina più automaticamente la perdita del concordato.

    Il contribuente può presentare una dichiarazione integrativa, correggere i dati e regolarizzare le relative violazioni mediante ravvedimento operoso. Sulla base dei dati corretti vengono quindi rideterminati anche il reddito o il valore della produzione netta concordati.

    In sostanza, il CPB viene riallineato alla situazione risultante dalla dichiarazione integrativa anziché decadere automaticamente. Restano specifiche limitazioni, in particolare per le violazioni di carattere penale e per alcune irregolarità relative ai dati ISA.

    Anche le cause di decadenza vengono quindi circoscritte: in presenza di errori o omissioni nei dati utilizzati per la proposta, fuori dalle ipotesi espressamente escluse dalla possibilità di regolarizzazione, assume rilievo l’eventuale successivo accertamento dell’Amministrazione finanziaria.

    Nuovi tetti alle proposte anche per chi ha ISA bassi

    Tra le novità operative per il 2026-2027 figurano anche i nuovi limiti all’incremento del reddito proposto dall’Agenzia.

    Ai tetti già previsti per i contribuenti con elevata affidabilità fiscale si aggiungono quelli introdotti dal DL n. 38/2026:

    Punteggio ISA Incremento massimo della proposta
    ISA 10 10%
    da 9 a meno di 10 15%
    da 8 a meno di 9 25%
    da 6 a meno di 8 30%
    inferiore a 6 35%

    Il riferimento è al reddito, opportunamente rettificato secondo le regole del CPB, dichiarato nel periodo precedente. Le nuove soglie del 30 e 35 per cento estendono quindi il meccanismo di contenimento della proposta anche ai contribuenti con livelli ISA più bassi.

    Più vantaggi per chi rinnova il Concordato

    Particolare attenzione è riservata ai contribuenti che, dopo aver aderito al CPB 2024-2025, rinnovano l’accordo per il 2026-2027.

    In questo caso si rafforzano i benefici premiali. L’esonero dal visto di conformità sale fino a 100.000 euro annui per la compensazione dei crediti IVA e a 70.000 euro per i crediti relativi alle imposte dirette e all’IRAP.

    Sale a 100.000 euro anche la soglia dei rimborsi IVA per i quali non è necessario il visto di conformità o la prestazione della garanzia.

    Per chi rinnova vengono inoltre anticipati di due anni i termini di decadenza per l’attività di accertamento e diventa possibile rateizzare, senza interessi, le somme dovute a saldo e in acconto relative ai periodi d’imposta concordati.

    Altro chiarimento rilevante riguarda proprio gli acconti: in caso di rinnovo e utilizzo del metodo storico non si applica la maggiorazione prevista per il primo anno di adesione al CPB.

    Rinnovo con ravvedimento speciale per gli anni 2020-2023

    A completare il pacchetto di incentivi c’è il ravvedimento speciale previsto dal decreto Omnibus per chi rinnova il CPB 2026-2027.

    Il regime consente di regolarizzare i periodi d’imposta dal 2020 al 2023 mediante il pagamento di un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e delle relative addizionali e di un’imposta sostitutiva dell’IRAP.

    Il ravvedimento diventa così un ulteriore elemento da considerare nella valutazione di convenienza del rinnovo, insieme ai benefici sui controlli, sulle compensazioni e sui rimborsi.

    La Circolare 8/E assume quindi il ruolo di vera e propria guida unitaria al CPB: non si limita a riepilogare la disciplina, ma recepisce le modifiche del 2026 che rendono il concordato più flessibile sul fronte degli errori e più vantaggioso, in particolare, per chi decide di proseguire il patto con il Fisco per un secondo biennio.

    Rinnovo CPB 2026-2027: quale reddito indicare

    La Circolare evidenzia anche che chi rinnova il CPB dopo l’adesione al biennio 2024-2025 deve indicare nel modello CPB 2026-2027 il reddito e il valore della produzione netta effettivi relativi al 2025, rettificati secondo le regole del concordato, e non quelli già concordati per il precedente biennio. 

    Inoltre, per il 2025 non è possibile dichiarare ulteriori componenti positivi al solo fine di migliorare il punteggio ISA.

    Allegati:
  • Accertamento e controlli

    CPB 2026-2027, conviene aderire? I motivi da valutare e i rischi da non sottovalutare

    Il Concordato preventivo biennale 2026-2027 entra in una nuova fase. Le modifiche introdotte dal D.Lgs. 148/2026 intervengono sui benefici per chi rinnova, sulle cause di decadenza ed esclusione e introducono anche un nuovo ravvedimento speciale per gli anni dal 2020 al 2023.

    Il tema è stato affrontato anche durante Telefisco 2026, con un focus molto operativo sui motivi che possono rendere conveniente l’adesione e, dall’altra parte, sui possibili svantaggi da considerare prima della scelta.

    La metodologia del CPB per i periodi d’imposta 2026 e 2027 è stata approvata con decreto MEF dell’11 maggio 2026, mentre il D.Lgs. 148/2026 ha successivamente introdotto ulteriori modifiche alla disciplina.

    CPB 2026-2027: perché può essere conveniente aderire

    Il primo elemento da considerare riguarda il rapporto tra reddito effettivo e reddito concordato.

    Nel caso in cui il reddito effettivo risulti superiore a quello concordato, l’eventuale eccedenza non assume rilevanza ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP secondo il meccanismo proprio del CPB. La disciplina prevede infatti l’irrilevanza degli eventuali maggiori o minori redditi rispetto a quelli oggetto del concordato, fermo restando il rispetto degli obblighi dichiarativi e contabili.

    È questo uno dei principali motivi per cui il concordato può risultare interessante per chi prevede un miglioramento dei risultati economici nel biennio.

    I motivi per rivalutare l’adesione al CPB

    Nelle slide di Telefisco vengono individuate alcune situazioni nelle quali il contribuente potrebbe valutare l’adesione anche dopo aver compiuto scelte diverse in passato.

    Tra queste rientrano:

    1. un 2025 peggiore rispetto agli anni precedenti, che potrebbe portare a una proposta di reddito o valore della produzione più contenuta;
    2. la previsione di un reddito 2026 sensibilmente superiore rispetto agli anni precedenti;
    3. la presenza nel 2024 di una causa di esclusione poi venuta meno;
    4. il superamento nel 2025 di 100.000 euro di ricavi o compensi, dopo un periodo precedente in regime forfettario;
    5. l’interesse per il ravvedimento speciale sugli anni pregressi, collegato al rinnovo del CPB;
    6. la volontà di ridurre il rischio di inserimento nelle liste selettive per i controlli;
    7. l’interesse per i nuovi benefici riconosciuti dal D.Lgs. 148/2026 a chi rinnova il concordato.

    Si tratta di elementi che non rendono automaticamente conveniente l’adesione, ma che possono modificare il risultato della valutazione rispetto agli anni precedenti.

    Vantaggi ISA e benefici aggiuntivi per chi rinnova

    Un altro punto centrale riguarda il regime premiale ISA.

    L’adesione al CPB consente di accedere ai relativi benefici, mentre il decreto del 2026 rafforza ulteriormente le agevolazioni per chi rinnova l’opzione.

    Tra i vantaggi evidenziati a Telefisco rientrano anche l’anticipazione di due anni dei termini di accertamento e ulteriori benefici collegati al rinnovo del concordato.

    Per il biennio 2026-2027, inoltre, il termine per aderire alla proposta di concordato è stato differito al 31 ottobre 2026 per i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare.

    Ravvedimento speciale per gli anni 2020-2023

    Una delle novità più rilevanti riguarda il ravvedimento speciale.

    Secondo quanto illustrato a Telefisco, chi ha aderito al CPB 2024-2025 e rinnova l’opzione per il 2026-2027 può accedere, alle condizioni previste, alla regolarizzazione di uno o più periodi d’imposta compresi tra il 2020 e il 2023.

    Il versamento può essere effettuato tra il 1° gennaio e il 15 marzo 2027, in unica soluzione oppure mediante la prima rata prevista.

    Il ravvedimento offre una forma di copertura rispetto agli accertamenti, pur non essendo assoluta: la presenza di determinati atti già notificati prima del versamento può infatti impedire il perfezionamento della procedura.

    Dichiarazioni integrative: cambia la disciplina della decadenza

    Le modifiche del D.Lgs. 148/2026 intervengono anche sulle dichiarazioni integrative.

    La presentazione di una dichiarazione integrativa non determina più automaticamente la decadenza dagli effetti del concordato anche quando l’impatto sulla proposta supera il 30%.

    Secondo la sintesi illustrata a Telefisco, l’intervento del contribuente, eventualmente attraverso ravvedimento operoso, comporta però l’aggiornamento della proposta CPB e degli importi concordati.

    Quali sono gli svantaggi del CPB

    Accanto ai benefici, le slide di Telefisco evidenziano anche alcuni elementi di attenzione.

    Il più importante riguarda il caso in cui il reddito effettivo risulti inferiore a quello concordato: in linea generale, il contribuente continua infatti a essere tassato sul reddito oggetto del concordato.

    Un altro elemento riguarda il 2027, più difficile da stimare rispetto al 2026. La convenienza del concordato dipende quindi anche dall’affidabilità delle previsioni economiche sul secondo anno del biennio.

    C’è poi il tema IVA: il CPB è finalizzato alla definizione del reddito d’impresa o di lavoro autonomo e del valore della produzione netta, mentre non determina direttamente l’IVA dovuta.

    Infine, per chi ha già un punteggio ISA elevato, alcuni vantaggi del regime premiale possono essere già disponibili indipendentemente dal concordato.

    CPB 2026-2027: la convenienza va calcolata

    La sintesi che emerge dalle slide di Telefisco è chiara: il CPB può offrire vantaggi importanti, ma la convenienza non è automatica.

    I fattori da mettere a confronto sono soprattutto il reddito concordato, il reddito che realisticamente si prevede di conseguire nel 2026 e nel 2027, il punteggio ISA, la possibilità di utilizzare il ravvedimento speciale e gli ulteriori benefici riconosciuti in caso di rinnovo.

    Per molti contribuenti, quindi, la vera domanda non è semplicemente se aderire o meno, ma quanto il reddito concordato si discosta dalle prospettive effettive dell’attività nei prossimi due anni.

    FAQ

    Qual è la scadenza per aderire al CPB 2026-2027?

    Per i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare, il termine è stato differito al 31 ottobre 2026.

    Chi può utilizzare il ravvedimento speciale?

    Secondo la disciplina illustrata a Telefisco, il beneficio è collegato al rinnovo del CPB 2026-2027 e riguarda, alle condizioni previste, uno o più periodi d’imposta dal 2020 al 2023.

    Cosa succede se il reddito effettivo è inferiore a quello concordato?

    In linea generale, il riferimento fiscale resta il reddito concordato, ed è questo uno dei principali elementi da valutare prima dell’adesione.

  • Accertamento e controlli

    Concordato preventivo 2026-2027: schede nel cassetto fiscale

    Nel cassetto fiscale arrivano le Schede di sintesi sul Cpb: dati su adesione 2026-2027, punteggio Isa e ravvedimento speciale per le annualità pregresse

    Le Entrate tramite la rivista web fiscoggi, informano del fatto che sono disponibili online, all’interno del cassetto fiscale dei contribuenti interessati, le nuove Schede di sintesi sul Concordato preventivo biennale, l’istituto introdotto dal decreto legislativo n. 13/2024.

    Le schede consentono ai contribuenti di valutare gli effetti dell’adesione al Cpb per i periodi d’imposta 2026 e 2027 e le ulteriori opportunità collegate al rinnovo dell’adesione.

    Tra le informazioni disponibili rientrano anche quelle utili per il calcolo dell’imposta sostitutiva dovuta nell’ambito del ravvedimento speciale per le annualità pregresse, previsto dal decreto legislativo n. 148 del 7 agosto 2026, il cosiddetto decreto Omnibus.

    Cpb 2026-2027: cosa contengono le nuove Schede di sintesi

    La scheda di sintesi, predisposta per i contribuenti soggetti agli indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa), in assenza di una proposta di concordato già in essere per il biennio 2025-2026, è articolata in cinque sezioni. 

    • gli effetti dell’adesione al Concordato preventivo biennale per il 2026 e il 2027;
    • i principali dati dell’attività economica esercitata, ricavati dall’ultima dichiarazione acquisita dall’Anagrafe tributaria;
    • il punteggio Isa risultante dall’ultimo modello presentato;
    • l’eventuale adesione al Cpb 2026-2027;
    • le informazioni relative al ravvedimento delle annualità pregresse.

    L’obiettivo delle schede è quindi mettere a disposizione del contribuente un quadro sintetico delle informazioni già presenti nell’Anagrafe tributaria e rilevanti ai fini della scelta sul Concordato.

    Punteggio Isa e anomalie: quali dati vengono visualizzati

    Una sezione specifica è dedicata all’affidabilità fiscale.

    Nella scheda viene indicato il punteggio Isa risultante dall’ultimo modello presentato. Se il punteggio è inferiore a 10, può essere presente anche un’informativa relativa a eventuali incoerenze contabili o strutturali rilevate nel modello.

    Se il contribuente ha invece dichiarato una causa di esclusione dall’applicazione degli Isa, la scheda non riporta alcun punteggio.

    Ravvedimento speciale 2020-2023: chi può utilizzarlo

    Le nuove Schede di sintesi contengono anche informazioni sul ravvedimento delle annualità dal 2020 al 2023.

    La possibilità riguarda i contribuenti che avevano aderito al Concordato preventivo biennale 2024-2025 e che rinnovano l’adesione per il biennio successivo, 2026-2027, entro i termini previsti.

    Per questi soggetti la scheda contiene elementi utili al calcolo:

    • dell’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi;
    • delle relative addizionali;
    • dell’eventuale imposta sostitutiva dell’Irap.

    La sezione sul ravvedimento è predisposta per i contribuenti che, alla data di entrata in vigore dell’articolo 29 del Dlgs n. 148/2026, hanno applicato gli Isa.

    Quando il calcolo del ravvedimento non viene mostrato

    La scheda non espone alcun calcolo per le annualità per le quali:

    • non risulta presentato il modello Isa;
    • i dati disponibili risultano incompleti;
    • è stata dichiarata una causa di esclusione dagli Isa.

    Sono però previste alcune eccezioni.

    Le informazioni possono infatti essere presenti in caso di cause di esclusione collegate all’emergenza Covid-19, al non normale svolgimento dell’attività oppure all’esercizio di più attività d’impresa non riconducibili allo stesso Isa, quando i ricavi delle attività non prevalenti superano il 30% dei ricavi complessivamente dichiarati.

    Concordato preventivo biennale 2026-2027: la scadenza

    Per aderire alla proposta di Concordato preventivo biennale il termine indicato è il 31 ottobre, con slittamento al 2 novembre considerando i giorni festivi.

    Per i contribuenti con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare, il termine è invece fissato all’ultimo giorno del decimo mese successivo a quello di chiusura del periodo d’imposta.

    Le nuove Schede di sintesi rappresentano quindi uno strumento utile per verificare i dati rilevanti prima della decisione sull’adesione al Cpb e, per i soggetti interessati, per valutare anche il possibile accesso al ravvedimento speciale sulle annualità pregresse.

  • Accertamento e controlli

    Credito d’imposta pignorato: se l’Agenzia lo nega decide il giudice ordinario

    Con l’ordinanza n. 24845 del 29 agosto 2026 le Sezioni Unite della Cassazione chiariscono il riparto di giurisdizione quando, nell’ambito di un pignoramento presso terzi, l’Agenzia delle Entrate contesta l’esistenza di un credito d’imposta. L’accertamento necessario alla procedura esecutiva spetta al giudice ordinario, mentre il contribuente può impugnare la dichiarazione negativa dell’Amministrazione davanti al giudice tributario.

    Credito d’imposta pignorato: cosa ha deciso la Cassazione

    Chi decide se un credito d’imposta sottoposto a pignoramento esiste davvero quando l’Agenzia delle Entrate, chiamata come terzo pignorato, rende una dichiarazione negativa?

    A rispondere sono le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 24845 del 29 agosto 2026, intervenuta sul delicato confine tra giurisdizione ordinaria e tributaria.

    Secondo la Suprema Corte, l’accertamento dell’obbligo del terzo previsto dagli articoli 548 e 549 del codice di procedura civile appartiene al giudice ordinario, anche quando il credito oggetto dell’esecuzione è un credito tributario vantato nei confronti dell’Agenzia delle Entrate.

    La ragione sta nella natura dell’accertamento: il giudice dell’esecuzione verifica l’esistenza del credito esclusivamente per stabilire se esso possa essere assoggettato al pignoramento in corso.

    Il caso: l’Agenzia delle Entrate rende una dichiarazione negativa

    La controversia nasce nell’ambito di un pignoramento presso terzi avente ad oggetto un credito d’imposta vantato dal debitore esecutato nei confronti dell’Amministrazione finanziaria.

    L’Agenzia delle Entrate, in qualità di terzo pignorato, aveva dichiarato che il credito non sussisteva.

    Da qui il problema: la contestazione di tale dichiarazione deve essere decisa dal giudice dell’esecuzione oppure dal giudice tributario?

    Le Sezioni Unite scelgono la prima soluzione per quanto riguarda la procedura esecutiva.

    A seguito delle modifiche apportate negli anni agli articoli 548 e 549 c.p.c., infatti, l’accertamento dell’obbligo del terzo costituisce oggi un subprocedimento interno all’esecuzione forzata.

    Perché decide il giudice ordinario

    Il punto centrale della pronuncia è rappresentato dagli effetti dell’accertamento.

    La decisione del giudice dell’esecuzione non stabilisce in via definitiva se il contribuente abbia o meno diritto al credito fiscale.

    Serve soltanto a verificare, nell’ambito di quella specifica procedura, se il credito possa essere pignorato.

    In altri termini, l'accertamento non produce un giudicato generale sull’esistenza o sull’ammontare del credito vantato nei confronti dell’Agenzia.

    Per questo motivo, secondo le Sezioni Unite, non si invade la giurisdizione tributaria: il giudice ordinario compie un accertamento funzionale alla sola esecuzione.

    La dichiarazione negativa dell’Agenzia può però essere impugnata

    La pronuncia contiene una precisazione particolarmente importante per il contribuente.

    La dichiarazione negativa resa dall’Agenzia delle Entrate quale terzo pignorato conserva infatti la natura di atto espressivo del potere impositivo dell’Amministrazione finanziaria.

    Il debitore esecutato può quindi contestarla davanti al giudice tributario, rispettando i termini previsti dalla legge.

    Si vengono così a creare due piani distinti:

    • davanti al giudice ordinario si stabilisce se il credito possa essere utilizzato nella specifica procedura esecutiva;
    • davanti al giudice tributario il contribuente può contestare nel merito il diniego dell’Agenzia sull’esistenza del credito fiscale.

    È questo il passaggio più rilevante dell’ordinanza n. 24845/2026.

    Pignoramento dei crediti fiscali: cosa cambia in pratica

    La decisione delle Sezioni Unite chiarisce quindi un problema operativo non secondario.

    Quando il creditore pignora presso l’Agenzia delle Entrate un credito fiscale spettante al proprio debitore e l’Amministrazione rende una dichiarazione negativa, non è necessario interrompere la procedura esecutiva in attesa di una pronuncia del giudice tributario.

    Il giudice dell’esecuzione può accertare incidentalmente l’esistenza del credito ai fini del pignoramento.

    La sua decisione, tuttavia, vale soltanto nell’ambito dell’esecuzione e non determina definitivamente il rapporto tributario tra contribuente e Fisco.

    In sintesi, con l’ordinanza n. 24845/2026 la Cassazione stabilisce che, nell’espropriazione presso terzi avente ad oggetto un credito tributario: l’accertamento dell’obbligo del terzo compete al giudice ordinario perché è interno alla procedura esecutiva e produce effetti limitati a quella procedura.

    Resta invece ferma la possibilità per il contribuente di rivolgersi al giudice tributario contro la dichiarazione negativa resa dall’Agenzia delle Entrate. 

    La Corte di Cassazione ha classificato ufficialmente la pronuncia nella materia dell’“espropriazione presso terzi”.

    FAQ – Pignoramento dei crediti d’imposta

    Chi decide sull’esistenza di un credito d’imposta oggetto di pignoramento presso terzi?
    Secondo le Sezioni Unite della Cassazione, con l’ordinanza n. 24845/2026, l’accertamento necessario nell’ambito della procedura esecutiva spetta al giudice ordinario, anche quando il terzo pignorato è l’Agenzia delle Entrate e il credito ha natura tributaria.

    Cosa succede se l’Agenzia delle Entrate dichiara che il credito d’imposta non esiste?
    La dichiarazione negativa dell’Agenzia non impedisce al giudice dell’esecuzione di verificare l’esistenza del credito ai fini del pignoramento. Il contribuente può inoltre contestare il diniego dell’Amministrazione davanti al giudice tributario.

    Bisogna rivolgersi al giudice ordinario o al giudice tributario?
    Dipende dalla finalità. Il giudice ordinario decide sull’esistenza del credito ai fini della specifica procedura esecutiva. Il giudice tributario, invece, può essere chiamato a pronunciarsi sul rapporto fiscale e sulla legittimità della posizione assunta dall’Agenzia delle Entrate.

    La decisione del giudice dell’esecuzione stabilisce definitivamente che il credito d’imposta esiste?
    No. L’accertamento effettuato nell'ambito del pignoramento ha effetti limitati alla procedura esecutiva e non produce un accertamento definitivo del rapporto tributario.

    Un credito d’imposta può essere pignorato presso l’Agenzia delle Entrate?
    La natura tributaria del credito non esclude di per sé l'accertamento nell'ambito dell'espropriazione presso terzi. Proprio il caso esaminato dalle Sezioni Unite riguardava un credito fiscale vantato dal debitore esecutato nei confronti dell'Amministrazione finanziaria.

    Il contribuente può impugnare la dichiarazione negativa dell’Agenzia delle Entrate?
    Sì. Le Sezioni Unite distinguono l'accertamento compiuto dal giudice dell'esecuzione dalla tutela del contribuente rispetto alla posizione assunta dall'Amministrazione. Quest'ultima può essere contestata davanti al giudice tributario, nei termini applicabili.

    La causa tributaria blocca automaticamente il pignoramento?
    No. I due giudizi operano su piani differenti. L'accertamento svolto dal giudice ordinario è funzionale alla procedura esecutiva, mentre il giudizio tributario riguarda il rapporto tra contribuente e Amministrazione finanziaria.

    Qual è la novità dell’ordinanza n. 24845/2026?
    Le Sezioni Unite chiariscono il riparto di giurisdizione dopo le modifiche agli articoli 548 e 549 c.p.c.: l'accertamento dell'obbligo del terzo è oggi interno alla procedura esecutiva e spetta quindi al giudice ordinario, pur restando ferma la tutela davanti al giudice tributario sul rapporto fiscale.

  • Accertamento e controlli

    Accertamenti fiscali, cambiano le regole: i nuovi limiti per il Fisco

    Il Dlgs 148/2026 è intervenuto tra gli altri, sul’attività di accertamento:

    • nuovi termini per contestare i componenti negativi a efficacia pluriennale, 
    • perimetro più definito per la presunzione di distribuzione degli utili nelle società a ristretta base partecipativa,
    • maggiori garanzie negli accertamenti fondati sull’antieconomicità.

    Con il decreto legislativo 7 agosto 2026, n. 148, il cosiddetto decreto Omnibus, cambiano alcune delle regole che disciplinano l’attività di accertamento dell’Amministrazione finanziaria.

    Il provvedimento è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 185 dell’11 agosto 2026 ed è entrato in vigore il 12 agosto 2026.

    Tra le disposizioni di maggiore interesse figurano quelle contenute negli articoli 22, 23 e 24, che intervengono sull'accertamento, vediamo i dettagli

    Componenti pluriennali: il termine di accertamento parte dal primo utilizzo

    L’articolo 22 modifica l’articolo 43 del Dpr 600/1973 introducendo i nuovi commi 1-bis e 1-ter.

    Per i componenti negativi del reddito d’impresa a efficacia pluriennale, fatta eccezione per quelli relativi a operazioni inesistenti, il termine per l’accertamento decorre dalla dichiarazione relativa al periodo d’imposta nel quale, per la prima volta, una quota del componente è stata dedotta.

    Il riferimento è al termine previsto dall’articolo 43, comma 1, del Dpr 600/1973, in base al quale gli avvisi di accertamento devono essere notificati, ordinariamente, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione.

    La nuova disposizione individua quindi un preciso momento dal quale calcolare la decadenza dell’Amministrazione finanziaria quando il componente negativo produce effetti fiscali distribuiti su più periodi d’imposta.

    Il secondo periodo del nuovo comma 1-bis disciplina, inoltre, le annualità successive alla contestazione. 

    Una volta notificato l’avviso di accertamento, per il periodo d’imposta in corso al momento della notifica, per quello precedente e per quelli successivi torna ad applicarsi l’ordinario termine previsto dal comma 1 dell’articolo 43.

    Restano comunque fermi sia i poteri di controllo sulla spettanza dei rimborsi eventualmente richiesti sia l’applicazione dell’articolo 1, comma 640, lettera b), della legge 190/2014.

    In sintesi, si prevede una posizione netta in materia di componenti negativi pluriennali, tale per cui questi ultimi decorreranno dal periodo d’imposta nel quale il costo è stato dedotto per la prima volta e non, invece, da ciascuna annualità nella quale venga portata in deduzione una quota del medesimo componente.

    Si riconduce quindi il potere di accertamento entro limiti temporali maggiormente prevedibili, facendo coincidere il dies a quo per le riprese con la prima dichiarazione nella quale il costo produce effetti fiscali, rafforzando il principio di certezza dei rapporti tributari ed evitando che il contribuente rimanga esposto al rischio di contestazioni fondate su eventi ormai molto risalenti nel tempo.

    Società a ristretta base: la presunzione di distribuzione degli utili viene circoscritta

    Un altro intervento significativo è contenuto nell’articolo 23, dedicato alle società di capitali a ristretta base partecipativa.

    La norma disciplina espressamente la presunzione di distribuzione ai soci degli utili derivanti dal maggior reddito accertato nei confronti della società.

    In particolare, la distribuzione può essere presunta, salva prova contraria, esclusivamente quando sia accertata, sulla base di elementi certi e precisi, anche di natura presuntiva, l’esistenza di:

    • componenti reddituali positivi imponibili non contabilizzati e non dichiarati;
    • componenti reddituali negativi che abbiano concorso alla formazione del reddito ma risultino indeducibili perché inesistenti.

    La disposizione delimita così le fattispecie nelle quali il maggior reddito accertato nei confronti della società può riflettersi sulla posizione fiscale dei soci.

    Non tutte le rettifiche operate nei confronti di una società a ristretta base partecipativa possono quindi determinare l’applicazione della presunzione. In particolare, il legislatore circoscrive espressamente il meccanismo ai ricavi non contabilizzati e non dichiarati e ai costi inesistenti.

    Gli utili dei quali viene presunta la distribuzione sono assoggettati a imposizione in capo ai soci secondo la disciplina applicabile in funzione della loro natura.

    Antieconomicità: lo scostamento dal valore di mercato, da solo, non basta

    Con l’articolo 24, il decreto interviene anche sull’utilizzo dell’antieconomicità nell’attività di accertamento.

    Ai fini delle imposte sui redditi e dell’Irap, la difformità tra il corrispettivo pattuito e il valore di mercato del bene o del servizio scambiato può rappresentare un indice dell’esistenza di un maggiore componente positivo o della carenza di inerenza di un componente negativo soltanto quando siano presenti ulteriori elementi indiziari che, anche valutati insieme allo scostamento, risultino gravi, precisi e concordanti.

    La norma contempla tuttavia un’ulteriore ipotesi: gli altri elementi indiziari non sono necessari quando la stessa difformità rispetto al valore di mercato risulti manifesta e rilevante.

    Ne deriva che, in via ordinaria, il semplice scostamento del prezzo praticato rispetto ai valori di mercato non è sufficiente, da solo, a fondare la rettifica.

    L’antieconomicità continua pertanto a poter essere utilizzata nell’attività di controllo, ma il legislatore ne definisce più precisamente la valenza probatoria: allo scostamento devono accompagnarsi ulteriori indizi qualificati, salvo che la differenza rispetto ai valori di mercato raggiunga autonomamente i caratteri della manifesta rilevanza.

  • Accertamento e controlli

    Accertamento annullato: il Fisco può rifarlo. La Cassazione chiarisce quando è possibile

    L’Amministrazione finanziaria può annullare in autotutela un avviso di accertamento durante il processo e successivamente emetterne uno nuovo. 

    Ma ci sono due condizioni decisive: 

    1. non deve essere scaduto il termine per l’accertamento 
    2. sul precedente atto non deve essersi formato un giudicato. 

    È quanto emerge dall’ordinanza n. 24037 del 26 luglio 2026 della Corte di Cassazione.

    Un avviso di accertamento viziato può essere annullato dall’Amministrazione finanziaria anche mentre è ancora in corso il giudizio e può essere successivamente sostituito con un nuovo provvedimento.

    L’annullamento in autotutela del primo atto determina infatti la cessazione della materia del contendere, ma questo non significa che la precedente decisione del giudice diventi automaticamente definitiva sulla pretesa tributaria.

    È il principio ribadito dalla Corte di cassazione con l’ordinanza n. 24037 del 26 luglio 2026, con la quale è stato accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate e cassata con rinvio la decisione della Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Toscana.

    Accertamento annullato e rifatto: il caso esaminato dalla Cassazione

    La controversia trae origine dal classamento di un immobile adibito ad abitazione principale.

    I proprietari avevano presentato tramite procedura Docfa una proposta di classamento dell'immobile nella categoria catastale A/7. L'Agenzia delle entrate aveva però rettificato il classamento, attribuendo la categoria A/1 e una rendita catastale più elevata rispetto a quella proposta.

    I contribuenti avevano quindi impugnato il primo avviso, ottenendone l'annullamento per carenza di motivazione.

    L'Agenzia aveva presentato appello contro la decisione ma, mentre il giudizio era ancora pendente, aveva deciso di intervenire in autotutela, annullando l'atto originario.

    Il processo relativo al primo avviso si era così concluso con una dichiarazione di cessazione della materia del contendere.

    Successivamente, però, l'Amministrazione aveva emesso un nuovo avviso di accertamento, eliminando il vizio di motivazione presente nel precedente provvedimento.

    Il nuovo avviso viene nuovamente impugnato

    Anche il secondo accertamento è stato contestato dai contribuenti.

    Secondo il giudice di primo grado, il nuovo atto non poteva essere considerato legittimo perché, dopo l'estinzione del precedente giudizio di appello, si sarebbe formato un giudicato.

    Una conclusione condivisa dalla Corte di giustizia tributaria di secondo grado, secondo la quale la cessazione della materia del contendere aveva reso definitiva la precedente sentenza che aveva annullato l'accertamento per carenza di motivazione.

    L'Agenzia delle entrate ha portato la questione davanti alla Cassazione, sostenendo invece che non si fosse formato alcun giudicato sostanziale sulla fondatezza della pretesa tributaria.

    Il primo atto, infatti, era stato annullato per un vizio relativo alla motivazione e non perché fosse stata accertata nel merito l'infondatezza della pretesa fiscale.

    Autotutela anche durante il processo: cosa dice la Cassazione

    La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle entrate, ribaltando la decisione dei giudici toscani.

    Richiamando il proprio orientamento giurisprudenziale e, in particolare, la sentenza delle Sezioni Unite n. 30051 del 2024, la Cassazione ha ricordato che il potere di autotutela tributaria trova fondamento nei principi costituzionali di capacità contributiva, buon andamento e legalità dell'azione amministrativa.

    Da questi principi deriva la possibilità per l'Amministrazione di annullare un atto impositivo viziato e sostituirlo con un nuovo provvedimento, sia quando il vizio ha natura formale sia quando ha natura sostanziale.

    Il nuovo atto può contenere anche una maggiore pretesa tributaria, purché siano rispettate due condizioni fondamentali: il potere di accertamento non deve essere decaduto e sull'atto originario non deve essere intervenuta una sentenza passata in giudicato.

    L'autotutela sostitutiva, inoltre, può essere esercitata anche mentre il processo è ancora in corso.

    Cessazione della materia del contendere: perché non si forma automaticamente il giudicato

    È proprio questo uno dei passaggi centrali della pronuncia.

    Quando l'Amministrazione annulla in autotutela l'atto oggetto della controversia, viene meno l'interesse delle parti a proseguire il processo. Il giudizio può quindi estinguersi per cessazione della materia del contendere.

    Ciò può accadere in qualsiasi fase processuale, dal primo grado fino all'appello e al giudizio davanti alla Cassazione.

    Ma l'estinzione del processo non equivale a una conferma della sentenza precedentemente impugnata e, soprattutto, non determina automaticamente la formazione di un giudicato sostanziale sul rapporto tributario.

    Nel caso esaminato, la sentenza di primo grado era stata impugnata dall'Agenzia e l'annullamento in autotutela era intervenuto prima che l'appello fosse definito.

    Per la Cassazione, quindi, non poteva considerarsi consolidata una decisione definitiva sulla fondatezza della pretesa fiscale.

    Quando il Fisco può emettere un nuovo accertamento

    Il principio che emerge dall'ordinanza assume particolare importanza per i contribuenti che si trovano a contestare un atto dell'Amministrazione finanziaria.

    L'annullamento in autotutela dell'accertamento durante il processo non impedisce di per sé al Fisco di emettere un nuovo atto.

    L'Amministrazione conserva questa possibilità finché non è decorso il termine previsto per esercitare il potere di accertamento e finché sull'atto originario non è intervenuta una sentenza passata in giudicato.

    Nel caso affrontato dalla Cassazione, inoltre, il primo accertamento era stato annullato per un problema di motivazione e non in seguito a una decisione definitiva che avesse escluso nel merito la fondatezza della pretesa fiscale.

    La conclusione della Suprema Corte è stata quindi quella di cassare la decisione impugnata, con rinvio alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Toscana.