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    Revisori legali, formazione 2026-2028: obblighi e crediti formativi nella circolare MEF

    Il MEF nel comunicato stampa che accompagna la Circolare n. 15/2026 specifica che vengono fornite agli iscritti al registro dei revisori legali le istruzioni per l'assolvimento dell'obbligo formativo nel triennio 2026 – 2028. 

    Le indicazioni operative fornite confermano quanto stabilito nella precedente circolare con particolare riferimento:

    • agli obblighi formativi stabiliti per i revisori legali abilitati all'attestazione di conformità della rendicontazione di sostenibilità, a seguito delle modifiche al decreto legislativo 27 gennaio 2010, n. 39 introdotte dal decreto legislativo 6 settembre 2024, n. 125. 

    Ulteriori indicazioni utili per l'applicazione della circolare sono contenute nelle F.A.Q. periodicamente aggiornate

    In sintesi, i revisori devono acquisire almeno 20 crediti annui, di cui 10 nelle materie caratterizzanti la revisione legale; per i revisori della sostenibilità il minimo sale a 25 crediti. 

    Leggi anche Quali sono le modalità di formazione previste per i revisori legali nel triennio 2026-2028?

    Formazione revisori legali 2026-2028: le nuove istruzioni MEF

    Con la Circolare n. 15 del 7 settembre 2026, il Ministero dell’Economia e delle Finanze – Ragioneria Generale dello Stato interviene sulla formazione continua dei revisori legali per il triennio 2026-2028, aggiornando le istruzioni operative per l’assolvimento dell’obbligo formativo.

    Le indicazioni interessano i revisori iscritti al Registro e tengono conto anche delle novità che riguardano i professionisti abilitati all’attestazione della rendicontazione di sostenibilità. 

    Non cambia, però, l’intero impianto della formazione continua: accanto alle novità, diverse regole fondamentali restano confermate.

    La Circolare MEF n. 15/2026 richiama anche le conseguenze del mancato assolvimento dell’obbligo di formazione continua, che costituisce una fattispecie sanzionabile ai sensi degli artt. 24 e 25 del d.lgs. 39/2010, secondo il procedimento disciplinato dal D.M. MEF 8 luglio 2021, n. 135.

    Il sistema sanzionatorio previsto dalla normativa è graduato in relazione alla violazione e comprende, tra le misure applicabili, avvertimento, censura e sanzioni amministrative pecuniarie, fino alle misure più incisive previste dall’art. 24 del d.lgs. 39/2010.

    Per il revisore diventa quindi essenziale verificare non soltanto di avere frequentato i corsi necessari, ma che i crediti richiesti per ciascuna annualità risultino correttamente acquisiti e comunicati. Il rispetto dell’obbligo viene infatti sottoposto a verifica da parte del Ministero secondo le modalità previste dalla disciplina della revisione legale.

    Vediamo quindi cosa cambia dal 2026 e cosa resta invariato, con particolare attenzione agli adempimenti che i professionisti devono tenere sotto controllo.

    Revisori legali, formazione 2026-2028: cosa cambia e cosa resta invariato

    La Circolare n. 15 detta le istruzioni relative al nuovo triennio formativo 2026-2028, intervenendo sulle modalità attraverso le quali i revisori possono assolvere l’obbligo di formazione continua.

    Uno degli aspetti da evidenziare riguarda la presenza, nel nuovo quadro formativo, delle competenze connesse alla rendicontazione di sostenibilità, conseguenza dell’evoluzione normativa che ha interessato la revisione legale dopo l’attuazione della disciplina europea sulla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD).

    Le nuove istruzioni riguardano inoltre i canali formativi, le procedure per gli enti che erogano la formazione e il riconoscimento dell’attività formativa svolta attraverso determinati soggetti.

    Cosa cambia con la Circolare MEF n. 15/2026–La formazione per l’attestazione della rendicontazione di sostenibilità

    La novità più significativa del nuovo quadro riguarda i revisori abilitati anche all’attestazione della conformità della rendicontazione di sostenibilità.

    La disciplina introdotta dal d.lgs. 6 settembre 2024, n. 125, che ha recepito la direttiva CSRD, ha infatti ampliato le competenze richieste ai professionisti che operano in questo ambito.

    Per questi revisori, la formazione deve quindi coprire non soltanto le materie tradizionalmente caratterizzanti la revisione legale, ma anche quelle specificamente riferite all’attestazione della sostenibilità.

    Per i professionisti interessati diventa pertanto essenziale verificare come devono essere distribuiti i crediti tra revisione legale e sostenibilità, senza limitarsi al conteggio complessivo delle ore frequentate.

    Aggiornati i canali per assolvere l’obbligo formativo

    La Circolare n. 15 aggiorna inoltre le istruzioni relative ai canali attraverso i quali è possibile svolgere la formazione continua.

    Il punto è rilevante dal punto di vista operativo: il professionista non deve verificare soltanto di aver frequentato un determinato numero di corsi, ma anche che la formazione seguita sia riconoscibile ai fini dell’assolvimento dell’obbligo previsto dal MEF.

    Il sistema di formazione continua per i revisori legali si articola in tre diversi canali di formazione:

    1. formazione erogata dal Ministero dell’Economia e delle finanze, mediante una piattaforma di formazione a distanza (FAD);
    2. partecipazione a corsi formativi organizzati da enti pubblici e privati accreditati presso il MEF;
    3. formazione fruita dai revisori legali e dai revisori della sostenibilità – prevista dagli Albi professionali di appartenenza – e da coloro che collaborano all'attività di revisione legale o di attestazione della sostenibilità o sono responsabili della revisione o dell'attestazione della sostenibilità all'interno di società di revisione, che erogano formazione riconosciuta come equivalente dal MEF.

    Indicazioni per l’accreditamento degli enti formatori

    Le novità non riguardano esclusivamente i revisori. La circolare contiene anche indicazioni relative al procedimento di accreditamento degli enti formatori presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

    Si tratta di un passaggio importante per garantire che l’offerta formativa utilizzata dai revisori sia coerente con il programma annuale e con i requisiti previsti dal sistema della formazione continua.

    Il riconoscimento della formazione di Albi e società di revisione

    Le nuove istruzioni affrontano anche il tema dell’equivalenza della formazione erogata dagli Albi professionali e dalle società di revisione.

    È un aspetto particolarmente rilevante per i professionisti iscritti anche ad altri Ordini, che possono trovarsi a seguire attività formative valide contemporaneamente per più obblighi professionali.

    Cosa resta invariato per i revisori legali nel 2026-2028

    L’aggiornamento delle istruzioni non comporta un azzeramento delle regole già conosciute dai revisori. L’impianto fondamentale dell’obbligo di formazione continua resta confermato.

    Per il revisore legale continua ad assumere particolare importanza il rispetto dell’obbligo formativo per ciascuna annualità e la corretta acquisizione dei crediti nelle materie caratterizzanti.

    In altri termini, il nuovo triennio non deve essere interpretato come un unico periodo entro il quale raggiungere indistintamente il numero complessivo di crediti: il rispetto dell’obbligo va verificato anno per anno.

    Crediti formativi: attenzione alla singola annualità

    Resta quindi centrale la scadenza del 31 dicembre di ciascun anno.

    Questo significa che il revisore deve programmare la propria formazione verificando periodicamente i crediti maturati e le materie nelle quali sono stati acquisiti, senza rinviare il controllo alla conclusione del triennio 2026-2028.

    Particolare attenzione va inoltre riservata all'eventuale utilizzo di crediti eccedenti rispetto al fabbisogno della singola annualità: il sistema richiede infatti il rispetto autonomo degli obblighi previsti per ogni anno.

    Formazione revisori 2026-2028: novità e conferme in sintesi

    Tema Cosa prevede il nuovo triennio
    Obbligo di formazione continua Confermato
    Verifica dell’obbligo per ciascuna annualità Confermata
    Materie caratterizzanti la revisione legale Confermate
    Rendicontazione di sostenibilità Disciplina formativa specifica per gli abilitati
    Canali attraverso cui svolgere la formazione Istruzioni aggiornate
    Accreditamento degli enti formatori Indicazioni operative aggiornate
    Formazione erogata dagli Albi professionali Regolata ai fini dell’equivalenza
    Formazione delle società di revisione Regolata ai fini dell’equivalenza

    FAQ sulla formazione dei revisori legali 2026-2028

    La Circolare MEF n. 15 cambia l’obbligo di formazione dei revisori legali?
    La circolare aggiorna le istruzioni per il triennio 2026-2028, ma mantiene diversi elementi fondamentali del sistema della formazione continua. Le principali novità riguardano, tra l’altro, la formazione collegata alla rendicontazione di sostenibilità e le modalità di erogazione e riconoscimento della formazione.
    Le nuove regole riguardano anche la rendicontazione di sostenibilità?
    Sì. Le istruzioni considerano anche gli obblighi dei revisori abilitati all’attestazione della rendicontazione di sostenibilità, in attuazione del nuovo quadro normativo.

    È sufficiente verificare i crediti alla fine del triennio 2026-2028?
    No. L’obbligo formativo deve essere verificato con riferimento alle singole annualità. È quindi opportuno controllare già nel 2026 i crediti acquisiti e le relative materie.

    I revisori legali possono maturare crediti formativi svolgendo attività di docenza?

    Sì. Come chiarito dalla circolare MEF n. 15 del 7 settembre 2026, i revisori legali che svolgono attività di docenza nell’ambito di corsi erogati da enti formatori accreditati dal Ministero, Albi professionali o società di revisione possono acquisire crediti validi ai fini dell’assolvimento dell’obbligo di formazione continua.

    È riconosciuto un credito formativo per ogni ora di docenza impartita, nella materia oggetto del corso, fino a un massimo di cinque crediti.

    Nel corso del triennio formativo, tuttavia, la reiterata docenza nel medesimo corso non consente di maturare ulteriori crediti formativi.

    Allegati:
  • Dichiarazione 730

    730/2026, scadenza il 30 settembre: tutte le novità da controllare prima dell’invio

    Il modello 730/2026 va trasmesso entro il 30 settembre: dalle nuove detrazioni per familiari e spese alla stretta per i redditi oltre 75mila euro, fino ai nuovi dati presenti nella precompilata. Ecco cosa è cambiato quest’anno e cosa verificare prima dell’invio

    Si avvicina la scadenza del modello 730/2026. Per lavoratori dipendenti, pensionati e contribuenti che possono utilizzare la dichiarazione semplificata, il termine da segnare sul calendario è mercoledì 30 settembre 2026.

    La stagione dichiarativa di quest’anno porta con sé numerose novità, legate soprattutto alle modifiche fiscali entrate in vigore dal periodo d’imposta 2025. Rispetto alle regole illustrate con l’approvazione del modello a febbraio e con l’aggiornamento delle istruzioni del 13 aprile, l’avvio della dichiarazione precompilata ha inoltre permesso di definire alcune ulteriori novità operative.

    L’Agenzia delle Entrate conferma che il 730 precompilato è disponibile dal 30 aprile, mentre dal 14 maggio è possibile accettarlo, modificarlo e trasmetterlo. L’ultimo giorno per l’invio è il 30 settembre 2026.

    730/2026: le principali novità su redditi e detrazioni

    Il modello 730/2026 riguarda i redditi percepiti nel 2025 e recepisce le modifiche fiscali entrate in vigore proprio dallo scorso anno.

    Tra le novità più importanti resta la conferma della struttura dell’IRPEF a tre scaglioni e la rimodulazione della detrazione per i redditi di lavoro dipendente: per i contribuenti con reddito complessivo non superiore a 15.000 euro la detrazione passa da 1.880 a 1.955 euro.

    Cambiano anche le regole per i familiari a carico. La detrazione per i figli è riconosciuta, in linea generale, per quelli di età pari o superiore a 21 anni ma inferiore a 30 anni, mentre continua a spettare oltre i 30 anni in presenza di disabilità secondo i requisiti previsti dalla normativa. Per gli altri familiari, invece, la detrazione viene circoscritta essenzialmente agli ascendenti conviventi.

    Il modello recepisce inoltre le nuove misure per il lavoro dipendente: la somma che non concorre alla formazione del reddito per i titolari di redditi fino a 20.000 euro e l’ulteriore detrazione prevista per i redditi superiori a 20.000 e fino a 40.000 euro.

    Tra le altre novità già inserite nel modello figurano l’aumento a 5.000 euro del limite agevolabile, nelle condizioni previste dalla norma, per alcune somme distribuite ai lavoratori sotto forma di partecipazione agli utili, le nuove regole fiscali per le mance nel settore turistico-alberghiero e della ristorazione e l’esenzione, entro determinati limiti, delle somme corrisposte ad alcuni lavoratori assunti nel 2025 per canoni di locazione e spese relative all’abitazione.

    Detrazioni sopra 75mila euro: il nuovo limite viene calcolato dalla precompilata

    Una delle novità che può incidere maggiormente sul risultato della dichiarazione riguarda i contribuenti con reddito complessivo superiore a 75.000 euro.

    Dal periodo d’imposta 2025 è infatti previsto un limite complessivo alle spese che possono beneficiare delle detrazioni, determinato tenendo conto del reddito e della presenza di figli fiscalmente a carico.

    L’Agenzia delle Entrate ha precisato che, nella dichiarazione precompilata, una volta inseriti gli oneri detraibili, è la procedura di liquidazione a calcolare automaticamente il limite complessivo di spesa detraibile, evitando al contribuente di dover effettuare manualmente il calcolo.

    Si tratta quindi di uno dei punti da controllare con particolare attenzione prima dell’invio, soprattutto per chi sostiene importi elevati per spese sanitarie, immobili, istruzione o altri oneri agevolabili.

    Scuola, casa e Superbonus: cosa cambia nelle detrazioni

    Il 730/2026 porta novità anche sul fronte delle spese.

    Per le spese scolastiche, dal 2025 il limite massimo sul quale calcolare la detrazione sale a 1.000 euro per ciascun alunno o studente.

    Cambiano inoltre le percentuali delle agevolazioni per gli interventi sugli immobili. Per le spese sostenute nel 2025 relative al recupero del patrimonio edilizio, alla riqualificazione energetica e agli interventi antisismici, la detrazione ordinaria è pari al 36%. La percentuale sale al 50% quando ricorrono le condizioni previste per gli interventi sull’unità immobiliare adibita ad abitazione principale da parte del proprietario o titolare di un diritto reale di godimento.

    Per le spese rientranti nel Superbonus sostenute nel 2025, salvo le specifiche eccezioni previste dalla disciplina, la percentuale è invece scesa al 65%.

    Sale inoltre a 1.100 euro la detrazione forfetaria riconosciuta alle persone non vedenti per le spese di mantenimento dei cani guida.

    Cripto-attività e rivalutazione di terreni e partecipazioni

    Nel 730/2026 trovano spazio anche le modifiche relative alle cripto-attività.

    Per il periodo d’imposta 2025 viene meno la precedente soglia di esenzione di 2.000 euro prevista per plusvalenze e altri proventi derivanti dalle cripto-attività. Il modello recepisce inoltre la possibilità, nei casi previsti dalla normativa, di rideterminare il valore delle cripto-attività possedute al 1° gennaio 2025.

    Diventa inoltre strutturale la possibilità di rideterminare il valore di terreni e partecipazioni, con l’imposta sostitutiva prevista dal 2025 nella misura del 18%.

    Le novità arrivate con la precompilata 2026

    Rispetto alle informazioni disponibili al momento dell’approvazione del modello, l’apertura della dichiarazione precompilata ha consentito all’Agenzia delle Entrate di dettagliare altri elementi utili al contribuente.

    Nella precompilata 2026 entrano infatti nuovi dati: il contributo riconosciuto per l’acquisto di elettrodomestici ad elevata efficienza energetica, che non può essere cumulato con le agevolazioni fiscali indicate dall’Agenzia per la medesima spesa, e i proventi derivanti dalla cessione dell’energia prodotta in eccesso da impianti alimentati da fonti rinnovabili, nell’ambito dei contratti diversi dal servizio di Scambio sul Posto.

    Per i contribuenti IVA che utilizzano il regime di vantaggio o il regime forfetario, vengono inoltre messe a disposizione ulteriori informazioni relative ai contributi previdenziali per l’impresa artigiana o commerciale comunicati dall’INPS. L’Agenzia precisa comunque che i dati devono essere verificati dal contribuente e utilizzati correttamente nei quadri interessati della dichiarazione.

    Cambia anche la gestione della dichiarazione presentata per una persona deceduta: dal 2026 il servizio web per la gestione delle autorizzazioni dell’erede è utilizzabile anche dalla persona di fiducia dell’erede, purché preventivamente abilitata secondo le modalità previste dall’Agenzia.

    730/2026, aggiornati anche i controlli telematici

    Dopo l’avvio della stagione dichiarativa è arrivato anche un aggiornamento tecnico.

    L’11 giugno 2026 l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato la versione 1.1.0 del modulo di controllo delle dichiarazioni 730/2026.

    L'intervento ha riguardato, in particolare, il controllo dell’addizionale regionale del Piemonte per i contribuenti con più di tre figli a carico in presenza di un figlio nato nel 2025 e il controllo del calcolo delle detrazioni in presenza del codice 99 nei righi da E8 a E10.

    Non si tratta di una nuova riforma del modello, ma di un aggiornamento importante soprattutto per CAF, professionisti e intermediari che gestiscono la trasmissione telematica delle dichiarazioni.

    La scadenza da ricordare è il 30 settembre 2026

    A questo punto della campagna dichiarativa, la data centrale è quindi il 30 settembre 2026, ultimo giorno utile per presentare il modello 730.

    Chi utilizza la precompilata può ancora accedere alla propria dichiarazione, controllare i dati messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate, integrare o modificare le informazioni e procedere all’invio.

    Dopo la presentazione restano comunque alcune possibilità di correzione. Il calendario ufficiale dell’Agenzia indica il 26 ottobre 2026 come ultimo giorno per presentare, tramite CAF o professionista abilitato, il 730 integrativo quando la correzione determina un maggior credito, un minor debito o un’imposta invariata. Entro il 2 novembre 2026 è invece possibile, nei casi previsti, ricorrere al modello Redditi correttivo o aggiuntivo.

    Prima dell’invio conviene quindi verificare con attenzione non soltanto redditi e Certificazioni Uniche, ma anche familiari a carico, spese detraibili, interventi sugli immobili e tutti i nuovi dati caricati nella precompilata. Il 730/2026, infatti, è il primo modello che rende operative in dichiarazione molte delle modifiche fiscali entrate in vigore dal 2025.

     

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    Rendita catastale immobili gruppo D: come si calcola e quando si può contestare

    Per gli immobili a destinazione speciale o particolare, come quelli censiti nel gruppo catastale D, la rendita catastale deve essere determinata attraverso una stima diretta riferita alla singola unità immobiliare. 

    La valutazione può seguire criteri differenti, scelti in funzione delle caratteristiche concrete del bene, senza che esista una gerarchia rigida tra i diversi metodi.

    A chiarirlo è la Corte di Cassazione con l’Ordinanza n. 24790, depositata il 26 agosto 2026, intervenuta su una controversia relativa alla rettifica della rendita catastale di alcuni immobili classificati in categoria D/8. 

    La pronuncia assume particolare rilievo anche sul piano del contenzioso: il contribuente che intende contestare la stima effettuata dall'Amministrazione finanziaria non può limitarsi a proporre una valutazione alternativa, ma deve individuare uno specifico errore nel metodo estimativo utilizzato dall'Ufficio.

    Cosa cambia per i proprietari di immobili speciali

    L'Ordinanza n. 24790/2026 conferma quindi che, per gli immobili del gruppo D, non esiste un unico criterio obbligatorio per determinare la rendita catastale.

    L'elemento decisivo è la corretta applicazione del metodo di stima rispetto alle caratteristiche concrete dell'immobile.

    Per il contribuente che intenda contestare una rendita attribuita dall'Agenzia delle Entrate diventa quindi essenziale non limitarsi a indicare un valore alternativo, ma dimostrare tecnicamente perché il criterio adottato dall'Ufficio risulti errato o inadeguato nel caso concreto.

    Immobili del gruppo D: la rendita catastale si determina con stima diretta

    Il punto di partenza indicato dalla Cassazione è l’articolo 10 del R.D.L. n. 652/1939, insieme agli articoli 27 e 28 del D.P.R. n. 1142/1949.

    Per gli immobili a destinazione speciale o particolare, la rendita catastale viene attribuita mediante stima diretta per ogni singola unità immobiliare, anche a seguito della proposta di rendita presentata dal contribuente attraverso la procedura DOCFA.

    La stima può essere effettuata attraverso due procedimenti:

    • procedimento diretto, basato sul reddito lordo ordinariamente ricavabile dall'immobile, dal quale devono essere sottratte le spese e le eventuali perdite;
    • procedimento indiretto, fondato sul valore del capitale fondiario, determinato sulla base del valore di mercato dell'immobile oppure del relativo costo di ricostruzione. 

    Valore di mercato e costo di ricostruzione: nessuna gerarchia tra i metodi

    Uno degli aspetti più significativi dell'Ordinanza n. 24790/2026 riguarda il rapporto tra i diversi criteri di valutazione.

    Secondo la Suprema Corte, i metodi reddituale, di mercato e di costo sono alternativi e non sono collocati secondo un ordine gerarchico prestabilito.

     La scelta deve quindi essere effettuata tenendo conto delle condizioni specifiche e delle caratteristiche dell'immobile da valutare.

    Quando viene utilizzato il costo di ricostruzione, inoltre, la valutazione deve considerare il deprezzamento del bene connesso allo stato dell'immobile, all'obsolescenza e al suo ciclo di vita tecnico-funzionale.

    Nel principio enunciato dalla Cassazione viene inoltre richiamata l'applicazione di un coefficiente di riduzione per i cespiti edificati anteriormente al biennio 1988-1989, salvo che venga accertato uno stato ottimale di manutenzione.

    Il caso: contestata la rendita di immobili D/8

    La controversia esaminata dalla Cassazione riguardava sei avvisi di accertamento dell'Agenzia delle Entrate relativi a immobili classificati nella categoria catastale D/8 e destinati ad attività per il tempo libero.

    I contribuenti avevano contestato la stima dell'Ufficio, ritenendo preferibile il criterio basato sul costo di costruzione rispetto a quello fondato sul valore di mercato.

    I giudici di merito avevano però ritenuto corretta la valutazione effettuata dall'Amministrazione finanziaria. In particolare, era stato considerato più adeguato il criterio del valore di mercato in relazione alle caratteristiche e alla collocazione degli immobili.

    Il contribuente può rettificare il DOCFA, ma deve provare l’errore nella stima

    La Cassazione riconosce un altro principio importante: il contribuente può rettificare una precedente dichiarazione catastale, anche modificando la rendita originariamente proposta.

    Questo, tuttavia, non significa che sia sufficiente presentare una nuova valutazione economica per mettere in discussione quella adottata dall'Agenzia delle Entrate.

    Per contestare efficacemente la rendita occorre indicare uno specifico vizio o errore del criterio estimativo utilizzato dall'Ufficio.

    Nel caso esaminato, secondo la Cassazione, i contribuenti si erano sostanzialmente limitati a contrapporre al valore individuato dall'Amministrazione una diversa valutazione estimativa, senza dimostrare l'erroneità tecnica del metodo adottato.

    La Corte ha quindi confermato la decisione di merito, ribadendo che il giudizio di legittimità non può trasformarsi in una nuova valutazione economica dell'immobile.

    Come viene calcolata la rendita catastale degli immobili del gruppo D?

    Come viene calcolata la rendita catastale degli immobili del gruppo D?

    Mediante stima diretta della singola unità immobiliare, utilizzando un procedimento reddituale oppure un procedimento basato sul valore di mercato o sul costo di ricostruzione.

    Il costo di ricostruzione deve sempre essere utilizzato?

    No. Secondo la Cassazione, non esiste una gerarchia tra i diversi metodi di stima. Deve essere scelto quello più adeguato alle caratteristiche dell'immobile.

    Il contribuente può contestare la rendita proposta con DOCFA?

    Sì. Una precedente dichiarazione può essere rettificata, ma per contestare la valutazione dell'Ufficio occorre dimostrare uno specifico errore nel metodo di stima, non semplicemente proporre un valore diverso.

  • Dichiarazione Redditi Persone Fisiche

    Irpef: cosa prevede il federalismo fiscale?

    E' stato pubblicato  nella Gazzetta ufficiale 185 dell'11 agosto il Decreto legislativo 7 agosto 2026, n. 147 con Disposizioni in  materia  di  tributi  regionali  e  locali   e  di  federalismo fiscale regionale 

    Tra le novità un aritcolo che impatta sull'irpef, quindi di ampia portata, vediamo i dettagli.

    Irpef: cosa prevede il federalismo fiscale?

    L'articolo 23 prevede che "All'articolo 50, comma 3, del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, il primo e il secondo periodo sono sostituiti dai seguenti: «L'aliquota dell'addizionale regionale di cui al comma 1 e' fissata allo 1,23 per cento. Ciascuna regione o provincia autonoma di Trento e di Bolzano con propria legge, da pubblicare nel Bollettino
    ufficiale della regione o della provincia autonoma di Trento e di Bolzano non oltre il 31 dicembre dell'anno precedente a quello cui l'addizionale si riferisce, puo' maggiorare la suddetta aliquota fino al limite massimo stabilito dall'articolo 6, comma 1, del decreto legislativo 6 maggio 2011, n. 68, per le regioni a statuto ordinario, e fino al limite massimo stabilito dalle norme statali, per le rregioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e di Bolzano.» 

    Di fatto e in sintesi le Regioni potranno azzerare l’addizionale, le Regioni a Statuto ordinario avranno più margine di manovra sull’addizionale regionale IRPEF.
    La misura si inserisce nel percorso di superamento dell’IRAP e di riallineamento delle addizionali locali alla nuova IRPEF nazionale a tre scaglioni, lasciando alle Regioni la scelta se alleggerire il carico fiscale sui contribuenti.
    Si attende ora di sapere quali Regioni decideranno di avvalersi della nuova flessibilità, e con quali tempistiche. 

  • Oneri deducibili e Detraibili

    Sponsorizzazioni Asd sono spese pubblicitarie deducibili: regole della Cassazione

    La Cassazione con l'ordinanza n 21643/2026 ha stabilito che le sponsorizzazioni alle Associazioni sportive dilettantistiche sono spese pubblicitarie con presunzione legale assoluta se rispettano specifici requisiti, garantendo la piena deducibilità fino a 200.000 euro

    Vediamo i fatti di causa e maggiori dettagli sulla pronuncia.

    Spese pubblicitarie con presunzione legale assoluta e non di rappresentanza per le SSD e ASD

    Con l'Ordinanza in oggetto è stato stabilito che le sponsorizzazioni alle Associazioni sportive dilettantistiche (Asd) sono spese pubblicitarie assistite da presunzione legale assoluta circa la loro natura non di rappresentanza. 

    In particolare, le Entrate avevano riqualificato i costi sostenuti per la sponsorizzazione di una Asd da spese di pubblicità a spese di rappresentanza ex articolo 108, comma 2, del Tuir n. 917/1986, riconoscendone solo la parziale deducibilità.

    Le Corti tributarie di merito hanno escluso la correttezza di una simile riqualificazione, ma hanno confermato la parziale indeducibilità sul presupposto della scarsa effettività/antieconomicità delle prestazioni. 

    La società ricorrendo in Cassazione rilevava:

    • la mancata considerazione della documentazione sull’effettività delle prestazioni 
    • la contestazione dell’eccessiva onerosità e della sovrafatturazione e pertanto la congruità del costo.

    Il ricorso è stato accolto, la Cassazione ha stabilito che le spese di sponsorizzazione a favore di Asd e Ssd sono assistite da una presunzione legale assoluta di natura pubblicitaria e non di rappresentanza ex articolo 90, comma 8, della legge n. 289/2002, se: 

    • il soggetto sponsorizzato è una compagine sportiva dilettantistica;
    •  è rispettato il limite di 200.000 euro;
    • la sponsorizzazione mira a promuovere l’immagine/prodotti dello sponsor; 
    • l’associazione svolge una specifica attività promozionale. 

    Ricorrendo tali requisiti non vi è la possibilità di riqualificare il costo come rappresentanza né di giudizi di antieconomicità. La Corte ribadisce la distinzione tra le due tipologie: 

    • spese di rappresentanza sono quelle correlate ad iniziative volte ad accrescere prestigio e immagine dell’impresa (art. 74, comma 2, ora art. 108, comma 2, del TUIR n 917/1986); 
    • spese di pubblicità/sponsorizzazione sono quelle sostenute per pubblicizzare prodotti, marchi e servizi o l’attività svolta, con finalità diretta di promozione commerciale.

  • Operazioni Intra ed extracomunitarie

    Intrastat omesso o tardivo, niente cumulo giuridico: cosa dice la Cassazione

    La sanzione per l'omessa o irregolare presentazione degli elenchi Intrastat deve essere applicata per ciascun elenco e, in presenza di più violazioni, non può essere rideterminata secondo il meccanismo del cumulo giuridico. 

    È il principio affermato dalla Corte di Cassazione con la pronuncia n 15524/2026 in una controversia relativa ad alcune irregolarità nella presentazione dei modelli Intra 2 per gli anni d'imposta dal 2008 al 2010.

    La Corte ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, ritenendo decisivo il dato letterale dell'art. 11, comma 4, del d.lgs. 471/1997: la disposizione prevede infatti una sanzione “per ciascuno” degli elenchi interessati dalla violazione. La sentenza della Commissione tributaria regionale della Puglia è stata quindi cassata con rinvio.

    Sanzioni Intrastat: il caso esaminato dalla Cassazione

    La controversia trae origine da una verifica fiscale della Guardia di Finanza nei confronti di una società. 

    I verificatori avevano riscontrato irregolarità relative agli acquisti intracomunitari e, in particolare, all'indicazione di alcuni dati riguardanti i costi di trasporto addebitati in fattura.

    La società aveva eseguito le variazioni ai fini fiscali, ma non aveva effettuato le corrispondenti rettifiche degli elenchi Intra. L'Agenzia delle Entrate aveva quindi irrogato le sanzioni per le annualità 2008, 2009 e 2010.

    In primo grado la Commissione tributaria provinciale aveva accolto le ragioni della contribuente. 

    L'Amministrazione finanziaria aveva successivamente impugnato la decisione limitatamente alle sanzioni riguardanti l'omessa o tardiva presentazione degli elenchi riepilogativi delle operazioni intracomunitarie.

    La Commissione tributaria regionale aveva accolto parzialmente l'appello dell'Ufficio, riconoscendo l'applicabilità delle sanzioni ma rideterminandone l'importo attraverso il cumulo giuridico.

    Proprio quest'ultimo punto è arrivato all'esame della Cassazione.

    Cumulo giuridico o materiale: la questione al centro del ricorso sull’Intrastat

    L'Agenzia delle Entrate ha contestato la decisione della CTR sostenendo che, per le violazioni relative agli elenchi Intrastat, non fosse possibile applicare il cumulo giuridico previsto dall'art. 12 del d.lgs. 472/1997.

    Secondo l'Amministrazione, la disciplina specifica delle violazioni Intrastat impone invece di considerare autonomamente ciascun elenco omesso o irregolarmente presentato.

    La Cassazione ha condiviso questa impostazione. Il punto decisivo è rappresentato dalla formulazione dell'art. 11, comma 4, del d.lgs. 471/1997 presa in considerazione nel giudizio. 

    La disposizione stabilisce, per l'omessa presentazione degli elenchi previsti dall'art. 50, comma 6, del d.l. 331/1993, oppure per la loro incompleta, inesatta o irregolare compilazione, una sanzione riferita a ciascun elenco.

    Per la Corte il dato letterale della disposizione è chiaro: l'espressione “per ciascuno di essi” indica che la sanzione deve essere riferita individualmente agli elenchi interessati dalle violazioni.

    Nel caso esaminato non ricorrevano, secondo quanto riportato nell'ordinanza, né l'ipotesi della presentazione entro trenta giorni dalla richiesta dell'ufficio, alla quale la norma collega una riduzione della sanzione, né quella dell'integrazione o correzione dei dati mancanti o inesatti che consente, nelle condizioni previste dalla disposizione, di evitare la sanzione.

    Da qui la conclusione della Cassazione: era corretto il calcolo effettuato dall'Ufficio secondo il cumulo materiale, senza applicare il principio del cumulo giuridico utilizzato invece dal giudice regionale.

    La decisione della CTR è stata pertanto cassata e la causa rinviata alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Puglia, in diversa composizione, per il riesame dell'appello dell'Amministrazione finanziaria e la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

    Violazioni formali e meramente formali: la Cassazione ribadisce la distinzione

    L'ordinanza contiene anche un passaggio significativo sulla distinzione tra violazioni sostanziali, formali e meramente formali.

    Secondo il principio richiamato dalla Corte, sono sostanziali le violazioni che incidono sulla base imponibile, sull'imposta o sul versamento.

    Sono invece formali quelle che, pur senza incidere direttamente su tali elementi, possono pregiudicare l'attività di controllo dell'Amministrazione finanziaria.

    Diverso è il caso delle violazioni meramente formali: queste non incidono sulla determinazione della base imponibile, dell'imposta o sul versamento e, contemporaneamente, non arrecano pregiudizio all'esercizio dell'attività di controllo. Solo queste ultime, ricorda la Cassazione, non sono punibili per la loro inoffensività.

    La valutazione deve essere effettuata considerando l'idoneità ex ante della condotta a ostacolare l'attività di controllo.

    Nel procedimento in esame, tuttavia, la natura formale e sanzionabile delle violazioni era ormai acquisita: la società non aveva impugnato la relativa statuizione ed era rimasta intimata nel giudizio di Cassazione.

    Il punto sottoposto alla Suprema Corte riguardava quindi essenzialmente le modalità di calcolo delle sanzioni.

  • Adempimenti Iva

    Comando di personale: chiarimento sull’IVA sui rimborsi

    L'Agenzia delle Entrate estende al comando di personale i principi sul distacco: le somme rimborsate dalla struttura commissariale sono corrispettivo IVA.

    Il comando di personale, anche quando le somme corrisposte coprono soltanto il costo della retribuzione, non sfugge più all'IVA. 

    Con la risposta a interpello n. 142 del 13 luglio 2026, l'Agenzia delle Entrate ha chiarito che i principi elaborati per il distacco e il prestito di personale, alla luce della sentenza della Corte di Giustizia UE  si estendono anche all'istituto del comando, nonostante le differenze giuridiche che lo distinguono dal distacco.

    Il caso: il personale comandato presso una struttura commissariale

    Il quesito è stato posto da un Commissario di Governo, istituito per l'attuazione di specifici interventi e privo di personale di ruolo proprio.

    Per svolgere le proprie funzioni, la struttura commissariale utilizza esclusivamente personale proveniente da altre amministrazioni ed enti, tra cui una società di capitali (nell'interpello denominata “ALFA”), posto in posizione di comando a tempo pieno o parziale.

    Dall'istruttoria è emerso che la società ALFA continua a corrispondere al proprio dipendente comandato sia la retribuzione principale sia quella accessoria, restando titolare del rapporto di lavoro per tutta la durata del comando. 

    Il costo complessivo, tuttavia, è per intero a carico della struttura commissariale, che lo rimborsa integralmente alla società.

    La tesi del contribuente: comando diverso da distacco

    Il Commissario istante ha sostenuto che le somme rimborsate dovessero restare escluse da IVA ai sensi dell'articolo 15 del DPR 633/1972, valorizzando una distinzione tra comando e distacco/prestito di personale. 

    Secondo questa impostazione, il legislatore, nel riformare il regime IVA con l'articolo 16-ter del decreto-legge n. 131 del 2024, avrebbe utilizzato deliberatamente i termini “distacco” e “prestito”, senza mai richiamare il “comando”: nel distacco il sinallagma si realizzerebbe con il pagamento delle retribuzioni da parte dell'amministrazione distaccante nell'interesse dell'ente distaccante, mentre nel comando il personale opera nell'esclusivo interesse dell'ente utilizzatore, che ne sostiene interamente il costo, senza che si configuri alcuna prestazione di servizi rilevante ai sensi dell'articolo 3 del decreto IVA. 

    A supporto, il Commissario ha richiamato anche la circolare n. 5/E del 2025, che elenca distacco, prestito e altre forme di messa a disposizione del personale (come codatorialità e avvalimento) senza menzionare il comando.

    Comando e distacco di personale: norme per l’esclusione all’imponibilità IVA

    L'articolo 8, comma 35, della legge 11 marzo 1988, n. 67 prevedeva l'esclusione da IVA per i prestiti o distacchi di personale a fronte del mero rimborso del relativo costo, senza alcun margine di ricarico. 

    Tale disposizione è stata abrogata dall'articolo 16-ter del d.l. n. 131 del 2024 (convertito dalla legge n. 166/2024), in attuazione della sentenza della CGUE dell'11 marzo 2020, causa C-94/19.

    La circolare n. 5/E del 2025 ha chiarito che, per effetto dell'abrogazione, anche le operazioni di distacco o prestito di personale effettuate a fronte del semplice rimborso del costo diventano prestazioni di servizi rilevanti ai fini IVA, purché ricorrano i normali presupposti previsti dalla disciplina IVA, per i contratti stipulati o rinnovati dal 1° gennaio 2025.

    L'Agenzia richiama l'articolo 1 del decreto IVA, secondo cui l'imposta si applica alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi effettuate nel territorio dello Stato nell'esercizio di imprese o di arti e professioni, individuando i tre presupposti impositivi: soggettivo, oggettivo e territoriale.

    Presupposto

    Riscontro nel caso esaminato

    Soggettivo

    La società ALFA, datore di lavoro del dipendente comandato, è comunque soggetto passivo d'imposta ai sensi dell'articolo 4 del decreto IVA

    Oggettivo

    Le somme rimborsate dal Commissario costituiscono corrispettivo di una prestazione di servizi ex articolo 3 del decreto IVA

    Territoriale

    Dato per assunto nel caso di specie

    Sul presupposto oggettivo, l'Agenzia richiama espressamente i principi della sentenza UE: il nesso diretto tra la messa a disposizione del personale e il pagamento sussiste quando le due prestazioni si condizionano reciprocamente, a prescindere dall'ammontare della somma corrisposta e anche in assenza di un margine di lucro per chi presta il personale. L'intero importo, comprensivo dell'eventuale quota di mero rimborso dei costi, costituisce base imponibile ai sensi dell'articolo 13 del decreto IVA.

    L'Agenzia respinge la tesi del contribuente: la circostanza che il personale comandato presti servizio nell'esclusivo interesse dell'ente utilizzatore, e non della società di appartenenza, è qualificata come una “peculiarità” del comando che non impedisce di ricondurre l'istituto, sotto il profilo fiscale, ai medesimi principi elaborati per il distacco e il prestito di personale. 

    La prestazione onerosa si configura nel fatto stesso che la società consente l'utilizzo del proprio personale, percependo un corrispettivo pari al costo delle retribuzioni corrisposte.

    In conclusione, le somme dovute dal Commissario a titolo di rimborso delle retribuzioni principali e accessorie sostenute dalla società, con riferimento agli accordi stipulati o rinnovati dal 1° gennaio 2025, costituiscono corrispettivo da assoggettare a IVA per la messa a disposizione del personale comandato.

  • IMU e IVIE

    Omessa dichiarazione IMU 2026: entro il 28 settembre possibile ravvedersi

    Ultime settimane per regolarizzare l’omessa dichiarazione IMU relativa al 2025. I contribuenti che non hanno rispettato la scadenza ordinaria del 30 giugno 2026 possono ricorrere al ravvedimento operoso entro il 28 settembre 2026, beneficiando della riduzione della sanzione. Superato il termine dei 90 giorni, per l’omessa dichiarazione non sarà più possibile avvalersi del ravvedimento.

    Si avvicina una scadenza importante per i contribuenti che hanno omesso di presentare la dichiarazione IMU relativa all’anno 2025. Entro il 28 settembre 2026 è ancora possibile sanare spontaneamente la violazione attraverso il ravvedimento operoso.

    Il termine ordinario per la presentazione della dichiarazione era fissato al 30 giugno 2026. La dichiarazione IMU deve infatti essere presentata, nei casi in cui sussiste l'obbligo dichiarativo, entro il 30 giugno dell'anno successivo a quello in cui ha avuto inizio il possesso degli immobili o sono intervenute variazioni rilevanti ai fini della determinazione dell'imposta.

    Omessa dichiarazione IMU: perché è importante il 28 settembre

    Per l’omessa presentazione della dichiarazione assume particolare rilievo il limite dei 90 giorni dalla scadenza ordinaria.

    L’art. 13 del D.Lgs. n. 472/1997 consente infatti di beneficiare del ravvedimento per l’omessa presentazione della dichiarazione quando questa viene trasmessa con un ritardo non superiore a 90 giorni.

    Per le violazioni commesse dal 1° settembre 2024, inoltre, il nuovo comma 2-ter dell’art. 13, introdotto dalla riforma delle sanzioni tributarie, stabilisce espressamente che la riduzione della sanzione è esclusa in caso di presentazione della dichiarazione con un ritardo superiore a 90 giorni.

    Di conseguenza, considerando che il termine ordinario per la dichiarazione IMU 2025 è scaduto il 30 giugno scorso, il 28 settembre 2026 rappresenta l’ultimo giorno utile per ricorrere al ravvedimento dell’omessa dichiarazione.

    Quali sanzioni si applicano

    In caso di omessa presentazione della dichiarazione IMU, l’art. 1, comma 775, della Legge n. 160/2019 prevede ordinariamente una sanzione dal 100% al 200% del tributo non versato, con un minimo di 50 euro.

    Se, invece, l’imposta è stata regolarmente versata ma è stata omessa soltanto la dichiarazione, trova applicazione la sanzione minima prevista per l’inadempimento dichiarativo.

    Il ricorso al ravvedimento consente di ridurre sensibilmente l’importo dovuto.

    Per la regolarizzazione effettuata entro il 28 settembre 2026, la riduzione prevista dall’art. 13, comma 1, lett. c), del D.Lgs. n. 472/1997 porta la sanzione a un decimo del minimo.

    Pertanto, in caso di omessa dichiarazione accompagnata da omesso versamento dell’IMU, la sanzione ridotta è pari al 10% dell’imposta non versata, fermo restando il minimo previsto. Se l’IMU era stata invece correttamente versata, la regolarizzazione dell’omissione dichiarativa comporta una sanzione ridotta pari a 5 euro.

    Come regolarizzare l’omissione

    Il contribuente che intende beneficiare del ravvedimento deve procedere entro il termine previsto alla presentazione della dichiarazione IMU omessa e al pagamento delle somme necessarie per perfezionare la regolarizzazione.

    Qualora all’omissione dichiarativa si accompagni anche un mancato o insufficiente pagamento dell’imposta, occorrerà tenere distinti i due inadempimenti. Il ravvedimento relativo all’omesso versamento segue infatti regole e riduzioni proprie rispetto a quelle applicabili alla mancata presentazione della dichiarazione.

    Nel calcolo complessivo potranno quindi entrare in gioco:

    • l’IMU eventualmente non versata;
    • gli interessi legali maturati;
    • la sanzione ridotta per il versamento omesso o tardivo;
    • la sanzione ridotta relativa all’omessa dichiarazione.

    Per il pagamento tramite modello F24 deve essere segnalato il ricorso al ravvedimento e devono essere utilizzati i codici tributo relativi alla specifica tipologia di immobile.

    Dopo il 28 settembre niente ravvedimento per l’omessa dichiarazione

    La data da segnare in calendario è quindi lunedì 28 settembre 2026.

    Per le dichiarazioni IMU relative al 2025 omesse alla scadenza del 30 giugno, una regolarizzazione effettuata entro tale data permette ancora di beneficiare della riduzione delle sanzioni prevista dal ravvedimento.

    Dal 29 settembre 2026, invece, il ritardo sarà superiore a 90 giorni e la riduzione della sanzione per ravvedimento dell’omessa dichiarazione non sarà più applicabile.

    È quindi opportuno verificare tempestivamente se nel corso del 2025 siano intervenute situazioni che rendevano obbligatoria la dichiarazione IMU e, in caso di omissione, procedere alla regolarizzazione prima della scadenza.

  • Dichiarazione 730

    730 con diniego del sostituto: come avere il rimborso

    Il diniego del sostituto d’imposta può bloccare il conguaglio del modello 730, ma il contribuente può intervenire. La recente guida dell’Agenzia delle Entrate indica:

    • cosa fare, 
    • quali sono le alternative disponibili 
    • la data da tenere a mente: il 10 novembre 2026.

    Chi ha presentato il 730 precompilato 2026 potrebbe ricevere una comunicazione dell’Agenzia delle Entrate relativa al diniego del sostituto d’imposta a effettuare il conguaglio.

    È una situazione che può verificarsi, ad esempio, quando nel modello è stato indicato un sostituto diverso da quello corretto oppure quando, dopo l'invio della dichiarazione, il contribuente ha cambiato o cessato il rapporto di lavoro.

    La dichiarazione resta validamente presentata, ma viene meno il soggetto chiamato a effettuare le operazioni di conguaglio, cioè a trattenere le somme dovute oppure a riconoscere il rimborso spettante.

    La guida “La dichiarazione precompilata 2026”, pubblicata dall’Agenzia delle Entrate, spiega come intervenire. La soluzione passa, nei casi previsti, dal 730 integrativo di tipo 2.

    Diniego del sostituto nel 730: come arriva l’avviso

    Quando il sostituto d'imposta comunica il diniego, l'Agenzia delle Entrate informa il contribuente attraverso due canali.

    Viene inviata un'e-mail all'indirizzo indicato nella dichiarazione, con l'invito ad accedere all'ultima dichiarazione presentata per consultare le comunicazioni disponibili.

    Contemporaneamente, la segnalazione viene visualizzata anche tra i messaggi presenti nella prima pagina dell'area riservata dedicata alla dichiarazione precompilata.

    La comunicazione non modifica automaticamente il 730: è il contribuente che deve intervenire per correggere la situazione.

    Cosa fare se il sostituto d’imposta rifiuta il 730

    Se l'unico problema riguarda il sostituto d'imposta, la guida indica la possibilità di presentare un 730 integrativo di tipo 2.

    Le possibilità sono due.

    Se il contribuente ha un nuovo sostituto d'imposta tenuto a effettuare il conguaglio, può indicarlo nel modello integrativo. Sarà quindi il nuovo sostituto a occuparsi delle trattenute o del rimborso.

    Se invece il contribuente non ha più un sostituto d'imposta, può selezionare l'opzione “nessun sostituto”.

    In quest'ultimo caso cambia anche la gestione delle somme risultanti dalla dichiarazione: se emerge un credito, il rimborso viene erogato direttamente dall'Agenzia delle Entrate; se invece emerge un debito, il contribuente deve provvedere al pagamento tramite modello F24.

    730 integrativo di tipo 2: chi può presentarlo online

    C'è un'altra distinzione importante, il contribuente che aveva presentato direttamente il 730 originario può trasmettere autonomamente il 730 integrativo di tipo 2 tramite l'applicazione web della dichiarazione precompilata.

    Chi invece aveva presentato il modello tramite un CAF o un professionista abilitato deve rivolgersi allo stesso intermediario, portando con sé la comunicazione di diniego e i dati del sostituto corretto.

    La procedura riguarda però il caso in cui sia necessario intervenire esclusivamente sull'indicazione del sostituto.

    Se ci sono altri errori nel 730 cambia la procedura

    La situazione è diversa quando, oltre al sostituto d'imposta, il contribuente deve correggere o completare altri dati della dichiarazione.

    In questo caso non è possibile risolvere tutto attraverso il 730 integrativo di tipo 2.

    Occorre utilizzare il modello Redditi, a seconda dei casi aggiuntivo, correttivo o integrativo.

    Un passaggio da valutare con attenzione soprattutto quando dalla dichiarazione emerge un credito: con il modello Redditi, infatti, il credito deve essere espressamente richiesto a rimborso; in caso contrario resta indicato come credito utilizzabile in compensazione.

    La data da ricordare: 10 novembre 2026

    Il punto centrale per chi riceve un diniego riguarda i tempi. Secondo la guida dell'Agenzia delle Entrate, il 730 integrativo di tipo 2 può essere presentato online tramite l'applicazione della precompilata fino al 10 novembre 2026.

    Entro questa data il contribuente può quindi intervenire sul sostituto, indicando quello corretto oppure scegliendo la modalità senza sostituto.

    Dopo il 10 novembre 2026 questa possibilità non è più disponibile attraverso il canale semplificato del 730.

    Resta la possibilità di utilizzare il modello Redditi integrativo, per il quale il termine indicato arriva fino al 31 dicembre 2031.

    Cosa controllare se arriva l’e-mail dell’Agenzia delle Entrate

    L'e-mail inviata dall'Agenzia assume quindi particolare importanza perché segnala la presenza di una comunicazione relativa alla dichiarazione.

    Chi riceve l'avviso dovrebbe accedere alla propria area riservata e verificare l'ultima dichiarazione presentata, così da capire se il sostituto abbia comunicato il diniego.

    Se il problema riguarda esclusivamente il sostituto, intervenire entro il 10 novembre 2026 permette di restare nell'ambito del modello 730 e, in presenza dei requisiti, di indicare un nuovo sostituto oppure scegliere la modalità senza sostituto.

    Ignorare la comunicazione, invece, può comportare la perdita della possibilità di utilizzare il 730 integrativo di tipo 2 e rendere necessario il successivo ricorso al modello Redditi.

    In sintesi: il diniego del sostituto non comporta la perdita automatica del credito risultante dal 730. È però necessario verificare tempestivamente la comunicazione dell'Agenzia delle Entrate e utilizzare lo strumento previsto in funzione della propria situazione, tenendo presente la scadenza del 10 novembre 2026 per il 730 integrativo di tipo 2 online.

  • Dichiarazione 730

    Borse di studio ITS Academy, niente Irpef e dichiarazione dei redditi dal 2025

    L’Agenzia delle Entrate conferma l’esenzione fiscale: le somme erogate agli studenti degli ITS Academy non devono essere inserite nel modello 730/2026 o nel modello Redditi Persone fisiche.

    Borse di studio ITS Academy, niente Irpef: non vanno indicate nel 730

    Buone notizie per gli studenti degli ITS Academy che hanno ricevuto una borsa di studio nel 2025. 

    Le somme erogate per frequentare i percorsi di istruzione tecnologica superiore sono esenti dall’Irpef e non devono essere inserite nella dichiarazione dei redditi.

    A confermarlo è l’Agenzia delle Entrate con una nuova risposta pubblicata il 30 luglio 2026 tra le FAQ dedicate al modello 730/2026 e al modello Redditi Persone fisiche 2026.

    Il chiarimento riguarda le borse di studio corrisposte dallo Stato, dalle Regioni, dalle fondazioni ITS Academy e dagli altri soggetti pubblici agli studenti iscritti ai percorsi formativi degli Istituti tecnologici superiori.

    Borse ITS Academy: cosa cambia per gli studenti

    Per l’anno d’imposta 2025, le borse di studio interessate dalla nuova disciplina sono considerate redditi esenti.

    Questo significa che gli studenti beneficiari:

    • non devono pagare l’Irpef sulle somme ricevute;
    • non devono riportarle nel modello 730/2026;
    • non devono indicarle nel modello Redditi Persone fisiche 2026;
    • non devono sommarle agli altri redditi imponibili.

    Il vantaggio non riguarda, quindi, soltanto l’assenza di tassazione. 

    Le borse di studio non concorrono neppure alla formazione del reddito complessivo ai fini Irpef.

    Quali borse di studio sono esenti

    L’esenzione si applica alle borse erogate agli studenti iscritti ai percorsi formativi degli ITS Academy disciplinati dalla legge n. 99 del 2022.

    Rientrano nell’agevolazione anche le borse destinate a sostenere gli stage aziendali e i tirocini formativi, che rappresentano una parte essenziale dei percorsi ITS.

    La normativa prevede infatti che i tirocini e gli stage siano obbligatori per almeno il 35% del monte orario complessivo. Possono essere svolti anche all’estero ed essere sostenuti economicamente attraverso apposite borse di studio.

    Sono interessate dall’esenzione le somme corrisposte:

    • dallo Stato;
    • dalle Regioni;
    • dalle fondazioni ITS Academy;
    • da altri soggetti pubblici.

    La norma fa dunque riferimento sia alle borse erogate direttamente dalle fondazioni sia a quelle finanziate o corrisposte dalle amministrazioni pubbliche.

    La nuova esenzione parte dal 2025

    La detassazione è stata introdotta dall’articolo 10 del decreto legge n. 45 del 2025, convertito dalla legge n. 79 del 5 giugno 2025. La disposizione ha inserito il comma 9-bis nell’articolo 4 della legge n. 99 del 2022, stabilendo che, a partire dall’anno d’imposta 2025, le borse di studio destinate agli studenti degli ITS Academy sono esenti dall’imposta sul reddito delle persone fisiche.

    La norma comprende espressamente anche le borse che sostengono gli stage aziendali e i tirocini formativi previsti nell’ambito dei corsi.

    Perché il chiarimento dell’Agenzia è importante

    In assenza di una specifica esenzione, le borse di studio sono generalmente ricondotte tra i redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente, secondo quanto previsto dall’articolo 50, comma 1, lettera c), del Testo unico delle imposte sui redditi.

    La nuova disposizione introduce invece un’esenzione espressa per le borse collegate ai percorsi ITS Academy. Di conseguenza, le somme ricevute nel 2025 non producono reddito imponibile ai fini Irpef.

    Il chiarimento dell’Agenzia elimina così i dubbi operativi in vista della compilazione delle dichiarazioni relative al 2025.

    Cosa controllare nel modello 730 precompilato

    Gli studenti che hanno ricevuto una borsa di studio ITS Academy nel corso del 2025 possono verificare i dati presenti nella dichiarazione precompilata.

    Poiché le somme sono esenti, non devono essere indicate tra i redditi imponibili. Nel caso in cui una borsa risultasse inserita come reddito assoggettato a Irpef, sarà opportuno controllare la documentazione rilasciata dal soggetto erogatore e correggere il dato prima dell’invio della dichiarazione.

    È importante, inoltre, verificare che la somma ricevuta rientri effettivamente tra le borse previste dalla legge e che sia stata erogata da uno dei soggetti ammessi alla nuova agevolazione.

    Borse ITS Academy: novità e sintesi dell’agevolazione irpef

    Le borse di studio ITS Academy ricevute nel 2025:

    sono esenti dall’Irpef;

    non concorrono alla formazione del reddito imponibile;

    non devono essere inserite nel modello 730/2026;

    non devono essere riportate nel modello Redditi Persone fisiche 2026.

    L’esenzione riguarda le borse erogate dallo Stato, dalle Regioni, dalle fondazioni ITS Academy e dagli altri soggetti pubblici agli studenti iscritti ai percorsi formativi disciplinati dalla legge n. 99 del 2022.

    Un sostegno alla formazione tecnica superiore

    La misura si inserisce nel percorso di rafforzamento degli ITS Academy avviato con la legge n. 99 del 2022, che ha istituito il Sistema terziario di istruzione tecnologica superiore.

    Gli ITS Academy hanno il compito di formare tecnici altamente specializzati, attraverso percorsi costruiti in collaborazione con imprese, università, enti di ricerca e istituzioni scolastiche.

    Una parte significativa dell’attività formativa viene affidata a docenti provenienti dal mondo del lavoro, mentre stage e tirocini consentono agli studenti di acquisire competenze direttamente all’interno delle aziende.

    L’esenzione fiscale delle borse di studio punta quindi a rafforzare il diritto allo studio e a ridurre i costi sostenuti dagli studenti per frequentare questi percorsi, comprese le spese per l’alloggio, gli spostamenti e le esperienze formative fuori sede o all’estero.