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Trust americano e beneficiario residente in Italia: i redditi da dichiarare al Fisco
Con la Risposta a interpello n 165/2026 le Entrate replicano a dubbi su come devono essere tassati in Italia i redditi provenienti da un trust statunitense trasparente quando il beneficiario è fiscalmente residente nel nostro Paese.
Il caso riguarda una cittadina statunitense, fiscalmente residente in Italia da diversi anni, divenuta beneficiaria di un trust americano a seguito della morte della madre, avvenuta il 20 maggio 2025.
Il trust era stato costituito in California nel 2006 dai genitori della contribuente e comprendeva sia attività finanziarie detenute presso intermediari statunitensi sia immobili situati negli Stati Uniti.
Il punto centrale della risposta riguarda la determinazione del reddito da imputare alla beneficiaria italiana dopo che, secondo quanto rappresentato nell'istanza, il trust è diventato fiscalmente trasparente.
Il trust dopo la morte dei disponenti
Alla morte del padre, il patrimonio originariamente inserito nel trust era stato suddiviso in due trust derivati:
- il Survivor's Trust, revocabile;
- il Decedent's Trust, irrevocabile.
Durante la vita della madre, quest'ultima era l'unica beneficiaria. Alla sua morte, invece, l'atto istitutivo prevedeva che il patrimonio residuo fosse diviso in parti uguali tra i tre figli, senza discrezionalità da parte dei trustee.
La contribuente riteneva che, fino al decesso della madre, i trust dovessero essere considerati fiscalmente interposti e che soltanto successivamente fossero diventati trust trasparenti con beneficiari individuati.
L'Agenzia non si pronuncia sulla qualificazione del trust. Poiché il quesito riguarda esclusivamente le modalità di determinazione del reddito, le Entrate assumono acriticamente quanto rappresentato dall'istante circa la natura trasparente del trust dopo la morte della madre.
Trust trasparente estero: il reddito è imputato al beneficiario
Per i trust trasparenti, ricorda l'Agenzia, quando il beneficiario del reddito è individuato, i redditi conseguiti dal trust sono imputati direttamente ai beneficiari secondo le quote previste dall'atto istitutivo o, in mancanza, in parti uguali.
Il beneficiario deve essere non soltanto identificato, ma anche titolare del diritto a pretendere dal trustee il pagamento della quota di reddito che gli viene imputata.
Nel caso esaminato, dopo la morte della madre il patrimonio dei due trust deve essere suddiviso in parti uguali tra i tre figli. La contribuente è quindi considerata, sulla base dei presupposti assunti nell'interpello, beneficiaria individuata del trust estero dal 20 maggio 2025.
Uno dei passaggi più rilevanti della risposta riguarda l'articolo 45, comma 4-quater, del TUIR.
La norma stabilisce che, in presenza di attribuzioni provenienti da trust esteri a beneficiari residenti in Italia, quando non sia possibile distinguere la componente reddituale da quella patrimoniale, l'intero importo percepito è considerato reddito.
Secondo l'Agenzia, tuttavia, questa disposizione è riferita in linea di principio ai trust opachi esteri stabiliti in giurisdizioni a fiscalità privilegiata, ed è stata introdotta proprio per risolvere le difficoltà nel separare reddito e patrimonio nelle attribuzioni effettuate da tali strutture.
Nel caso dell'interpello, invece, la contribuente è una beneficiaria individuata di un trust considerato trasparente.
Di conseguenza, conclude l'Agenzia, l'articolo 45, comma 4-quater, del TUIR non trova applicazione.
Per calcolare il reddito valgono le regole fiscali USA
È questo probabilmente il chiarimento più operativo della risposta.
Richiamando la circolare n. 34/E del 2022, l'Agenzia ribadisce che, per determinare il reddito di un trust trasparente non residente da imputare a un beneficiario residente in Italia, bisogna fare riferimento alle regole previste dalla legislazione fiscale dello Stato in cui il trust è residente o stabilito.
Nel caso specifico, quindi, per individuare il reddito prodotto dal trust e successivamente imputabile alla beneficiaria residente in Italia occorrerà tenere conto delle regole fiscali applicabili al trust statunitense.
Il principio è particolarmente significativo perché l'istante proponeva invece di determinare la componente patrimoniale e quella reddituale applicando le regole italiane e assumendo, per alcuni beni, come riferimento il loro valore al momento del decesso della madre.
L'Agenzia non condivide tale impostazione e conferma il criterio già espresso nella circolare 34/E/2022.
Adempimenti fiscali in Italia dal 2025
La risposta si chiude anche con un'indicazione sugli obblighi della beneficiaria.
Poiché la contribuente viene considerata beneficiaria individuata del trust estero dal 20 maggio 2025, deve porre in essere i conseguenti adempimenti dal periodo d'imposta 2025 sulla base dei chiarimenti delle circolari 34/E/2022, 38/E/2013 sul monitoraggio e 28/E/2012 su IVIE e IVAFE.
L'Agenzia richiama, oltre alla disciplina sulla tassazione del trust, anche le regole in materia di monitoraggio fiscale, nonché quelle relative all'IVIE, per gli immobili detenuti all'estero, e all'IVAFE, per le attività finanziarie estere.
La risposta n. 165/2026 conferma quindi un principio rilevante per i contribuenti italiani beneficiari di trust esteri: nel trust trasparente non residente il reddito da imputare al beneficiario va determinato secondo le regole fiscali del Paese in cui il trust è stabilito, mentre la presunzione che considera reddito l'intera attribuzione quando non è possibile separare reddito e patrimonio non opera nel caso esaminato.
Come variante ancora più “Discover” del titolo, userei anche: “Trust americano e beneficiario residente in Italia: quali redditi vanno dichiarati al Fisco”. È meno tecnico, intercetta meglio il problema concreto del lettore e lascia all'occhiello/sottotitolo il riferimento alla risposta n. 165/2026.
Allegati: -
Debiti IMU del defunto: agli eredi avvisi di accertamento solo pro quota
L’ente locale non può notificare a ciascun coerede un accertamento contenente l’intero debito IMU del contribuente deceduto, rinviando alla fase della riscossione la ripartizione secondo le quote ereditarie.
La responsabilità parziaria deve risultare già dall’atto impositivo.
È quanto stabilisce la Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Lazio con la sentenza n. 2686/2026.
In materia di IMU, ciascun erede risponde dei debiti tributari del defunto esclusivamente in proporzione alla propria quota ereditaria.
Di conseguenza, anche l’avviso di accertamento deve quantificare fin dall’origine la somma effettivamente dovuta dal singolo successore.
Non è sufficiente che il Comune notifichi a tutti gli eredi un atto contenente il debito complessivo, dichiarando che, nella successiva fase esecutiva, pretenderà da ciascuno soltanto la relativa quota.
Lo ha affermato la Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Lazio con la Sentenza 4 maggio 2026 n 2686 respingendo l’appello di Roma Capitale contro la decisione con cui i giudici di primo grado avevano disposto il ricalcolo dell’IMU dovuta da un coerede.
Il caso: accertamento IMU notificato per l’intero debito
La controversia riguardava un avviso di accertamento relativo all’IMU 2018 notificato al contribuente in qualità di erede della madre deceduta.
Il ricorrente aveva contestato, tra gli altri aspetti, la quantificazione dell’imposta.
Dalla documentazione risultava infatti che la contribuente deceduta non possedeva l’intero immobile, come indicato nell’accertamento, ma una quota pari a 12/18, corrispondente a due terzi.
Inoltre, il destinatario dell’avviso non era l’unico erede. Una parte delle quote faceva capo agli altri coeredi, mentre il ricorrente risultava titolare anche di una distinta quota immobiliare in proprio.
La Corte di primo grado aveva quindi stabilito che il Comune dovesse emettere un nuovo avviso, ricalcolando:
- l’IMU dovuta dalla contribuente deceduta sulla base della sua effettiva percentuale di possesso;
- la parte di debito imputabile al ricorrente secondo la relativa quota ereditaria;
- gli interessi conseguenti.
L’eventuale IMU dovuta dal ricorrente per una quota immobiliare posseduta personalmente, e non acquisita come erede, avrebbe invece richiesto uno specifico accertamento intestato al contribuente in proprio.
Roma Capitale aveva sostenuto la legittimità dell’accertamento notificato a ciascun erede per l’intero importo.
Secondo l’ente, tale modalità non avrebbe prodotto un concreto pregiudizio, poiché nella successiva fase esecutiva il Comune avrebbe richiesto a ogni coerede soltanto la parte del debito corrispondente alla rispettiva quota di eredità.
In sostanza, secondo questa impostazione, l’accertamento avrebbe potuto indicare il credito tributario complessivo nei confronti degli eredi indistintamente, mentre la ripartizione della responsabilità individuale sarebbe stata effettuata soltanto al momento della riscossione.
La Corte laziale non ha condiviso questa ricostruzione.
Per l’IMU gli eredi non sono obbligati in solido
La sentenza richiama la regola generale prevista dagli articoli 752 e 1295 del Codice civile.
In base a tali disposizioni, i debiti ereditari si dividono tra gli eredi in proporzione alle rispettive quote. La morte del debitore determina inoltre la suddivisione tra gli eredi dell’obbligazione precedentemente solidale, salvo che una specifica norma disponga diversamente.
Per alcuni tributi il legislatore ha effettivamente introdotto una deroga. L’articolo 65 del D.P.R. n. 600/1973 prevede la responsabilità solidale degli eredi per le obbligazioni tributarie il cui presupposto si sia verificato anteriormente alla morte del contribuente.
Tale disciplina, tuttavia, riguarda le imposte sui redditi e non costituisce una regola generale applicabile a tutti i tributi.
Per l’IMU manca una disposizione speciale che stabilisca la solidarietà tra gli eredi. Trova quindi applicazione la disciplina civilistica ordinaria: ciascun coerede risponde soltanto per la propria parte.
Sul punto, la Corte laziale richiama l’ordinanza della Cassazione n. 11097 del 28 aprile 2025, secondo cui la solidarietà prevista dall’articolo 65 del D.P.R. n. 600/1973 ha natura sostanziale e speciale e non può essere estesa analogicamente ai tributi locali.
La quota deve risultare già nell’avviso
L’aspetto più rilevante della pronuncia riguarda il momento nel quale deve operare la limitazione della responsabilità.
Secondo la Corte, il principio della responsabilità pro quota non rappresenta soltanto un limite alla riscossione. Esso incide direttamente sull’individuazione del soggetto obbligato e sulla quantificazione della pretesa tributaria.
Il Comune non può quindi indicare nell’accertamento l’intero debito del defunto come se ogni erede fosse responsabile anche per le quote degli altri, riservandosi di correggere l’importo nella fase esecutiva.
L’avviso costituisce infatti il titolo attraverso il quale l’amministrazione manifesta la propria pretesa. Il destinatario deve poter comprendere immediatamente:
- per quale obbligazione viene chiamato a rispondere;
- a quale titolo gli viene richiesto il pagamento;
- quale quota ereditaria è stata presa in considerazione;
- quale importo è effettivamente posto a suo carico.
La pretesa tributaria deve pertanto essere correttamente circoscritta già al momento dell’accertamento.
Il principio di chiarezza degli atti tributari
La soluzione è fondata anche sul principio di chiarezza degli atti dell’amministrazione finanziaria previsto dall’articolo 7 dello Statuto dei diritti del contribuente.
Un atto che attribuisce formalmente al singolo erede l’intero debito, pur con l’intenzione di riscuoterne successivamente solo una parte, non consente al destinatario di individuare con certezza l’effettiva estensione della propria obbligazione.
L’erede non può essere costretto a ricostruire autonomamente l’importo dovuto o a confidare in una futura autolimitazione dell’ente creditore.
Né assume rilievo il fatto che l’erede che abbia eventualmente pagato più della propria quota possa agire in regresso nei confronti degli altri coeredi. La possibilità di recuperare le somme non trasforma il pagamento per conto degli altri in un obbligo giuridico e non legittima il Comune a pretendere dal singolo l’intero debito.
Le conseguenze operative per i Comuni
Prima di emettere gli avvisi relativi ai debiti IMU di un contribuente deceduto, l’ente locale deve quindi:
- individuare gli eredi che abbiano accettato l’eredità;
- accertare la quota immobiliare effettivamente posseduta dal defunto;
- verificare le quote ereditarie attribuite ai singoli successori;
- calcolare separatamente il debito imputabile a ciascun erede;
- notificare a ogni interessato un atto che indichi esclusivamente la somma posta a suo carico.
Occorre inoltre distinguere il debito maturato dal defunto dall’eventuale IMU dovuta direttamente dall’erede per un’autonoma quota di proprietà. Le due posizioni hanno presupposti soggettivi differenti e non possono essere confuse nello stesso accertamento senza una specifica e chiara quantificazione.
Sanzioni tributarie non trasmissibili agli eredi
La ripartizione pro quota riguarda l’imposta dovuta dal defunto e i relativi interessi. Diversa è la disciplina delle sanzioni amministrative tributarie.
L’articolo 8 del D.Lgs. n. 472/1997 stabilisce infatti che l’obbligazione al pagamento della sanzione non si trasmette agli eredi.
Di conseguenza, negli avvisi emessi dopo la morte del contribuente l’ente deve eliminare le sanzioni riferibili alle violazioni commesse dal defunto. Restano invece ferme le eventuali sanzioni collegate a violazioni direttamente imputabili agli eredi successivamente all’apertura della successione.
La Corte di giustizia tributaria ha quindi respinto l’appello del Comune e confermato la decisione di primo grado, che imponeva l’emissione di un nuovo avviso con il corretto calcolo dell’imposta.
Il principio che emerge dalla sentenza è chiaro: in assenza di una norma speciale sulla solidarietà, il Comune non può formare un titolo per l’intero debito nei confronti di ciascun coerede.
La responsabilità pro quota non interviene soltanto come limite alla riscossione, ma determina fin dall’origine la misura della pretesa esercitabile nei confronti del singolo erede.
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Concessioni balneari: gare anche prima del 2027, indennizzi solo se provati
Concessioni balneari, il Consiglio di Stato chiarisce i tempi delle gare e le regole per gli indennizzi: il 30 settembre 2027 non garantisce la permanenza fino a quella data e il concessionario uscente deve provare gli investimenti non ammortizzati.
Con la sentenza n. 6539 del 18 agosto 2026, la VII Sezione si è pronunciata sulle procedure avviate da un Comune per riassegnare alcune concessioni demaniali marittime, chiarendo due aspetti particolarmente rilevanti per concessionari e amministrazioni:
- Il primo riguarda la data del 30 settembre 2027: non costituisce una garanzia per l'attuale concessionario di poter mantenere il titolo fino a quel giorno. Se la procedura di gara viene completata prima, il nuovo concessionario può subentrare anticipatamente.
- Il secondo riguarda invece l'indennizzo al concessionario uscente: non è automatico né generalizzato e presuppone la prova degli investimenti effettuati e non ancora ammortizzati.
Vediamo cosa cambia.
Leggi anche Concessioni balneari: le date da ricordare
Concessioni balneari: cosa ha stabilito il Consiglio di Stato
La controversia nasce dalle procedure avviate da un Comune per l'assegnazione tramite evidenza pubblica di concessioni demaniali marittime a finalità turistico-ricreativa.
I concessionari uscenti avevano contestato, tra gli altri aspetti, la scadenza dei titoli, le modalità delle nuove procedure e la disciplina dell'indennizzo.
Il Consiglio di Stato torna innanzitutto sul tema delle proroghe, richiamando il quadro derivante dalla legge n. 118/2022 e dalla successiva disciplina introdotta dal decreto-legge n. 131/2024, convertito dalla legge n. 166/2024.
Secondo i giudici, le concessioni interessate dalle precedenti proroghe devono considerarsi cessate al 31 dicembre 2023.
La prosecuzione dell'efficacia prevista dalla disciplina successiva fino al 30 settembre 2027 deve essere invece letta in funzione dell'espletamento delle procedure competitive.
Gare concessioni balneari: il 30 settembre 2027 è un termine massimo
Uno dei passaggi più importanti della sentenza riguarda proprio la scadenza del 30 settembre 2027.
Il Consiglio di Stato attribuisce al termine una funzione acceleratoria e non dilatoria.
In altri termini, il 2027 non rappresenta una data fino alla quale le amministrazioni devono necessariamente mantenere gli attuali concessionari, rinviando nel frattempo l'assegnazione dei nuovi titoli.
Al contrario, gli enti sono chiamati a procedere con le attività necessarie alle gare.
La disciplina prevede, in sede di prima applicazione, l'avvio delle procedure entro il 30 giugno 2027, mentre il 30 settembre costituisce il limite ordinario entro cui si colloca la prosecuzione dell'efficacia dei titoli. Questo però non impedisce di concludere una gara prima. Se l'amministrazione completa la procedura e individua il nuovo concessionario, può procedere al nuovo affidamento senza attendere necessariamente settembre 2027.
Cosa succede al vecchio concessionario se la gara finisce prima
La conseguenza pratica è rilevante soprattutto per gli operatori. La prosecuzione prevista dalla legge non determina un diritto incondizionato a occupare il bene demaniale fino al 30 settembre 2027.
Una volta conclusa la procedura e individuato il soggetto destinato a subentrare, l'amministrazione può disporre la cessazione anticipata del precedente rapporto concessorio, adottando gli atti necessari al passaggio al nuovo concessionario.
Il Consiglio di Stato riconosce inoltre la possibilità di utilizzare titoli temporanei nelle more della conclusione delle procedure, quando ciò sia necessario per evitare un'occupazione delle aree demaniali priva di titolo e garantire la continuità delle attività.
Indennizzo concessioni balneari: non spetta automaticamente
L'altro punto centrale della sentenza n. 6539/2026 riguarda l'indennizzo del concessionario uscente.
La legge n. 118/2022, come modificata dal decreto Salva-infrazioni, prevede un indennizzo a carico del concessionario subentrante collegato, tra l'altro, al valore degli investimenti effettuati e non ancora ammortizzati al termine della concessione.
La questione assume particolare rilievo anche per il ritardo nella definizione della disciplina attuativa destinata a stabilire i criteri di calcolo.
Il Consiglio di Stato chiarisce però che la mancanza del decreto ministeriale non può bloccare le gare.
Non solo, l'indennizzo non può essere interpretato come un diritto generalizzato spettante automaticamente a qualsiasi concessionario uscente, ma pccorre verificare concretamente se esistano investimenti ancora da ammortizzare.
Chi deve provare gli investimenti non ammortizzati?
Sul piano operativo, la pronuncia contiene un'indicazione particolarmente importante: l'onere di dimostrare l'esistenza degli investimenti ricade sul concessionario uscente.
Non basta quindi aver gestito per anni lo stabilimento o aver effettuato genericamente lavori e migliorie, per ottenere il riconoscimento dell'indennizzo occorre poter dimostrare l'esistenza degli investimenti rilevanti e la quota che, al momento della cessazione della concessione, risulta ancora da ammortizzare.
Per i concessionari diventa quindi essenziale disporre di una documentazione contabile, fiscale e tecnica in grado di ricostruire gli investimenti effettuati, la relativa data, il costo sostenuto e il processo di ammortamento.
È uno degli aspetti della sentenza con le maggiori conseguenze pratiche: in vista delle future gare, la corretta ricostruzione degli investimenti può diventare determinante per tutelare la posizione economica dell'operatore uscente.
Opere non amovibili: resta l'articolo 49 del Codice della navigazione
Un capitolo distinto riguarda le opere non amovibili realizzate sul bene demaniale. Resta infatti applicabile l'articolo 49 del Codice della navigazione, secondo cui, salvo che sia diversamente stabilito nell'atto di concessione, alla cessazione del rapporto le opere non amovibili costruite sulla zona demaniale restano acquisite allo Stato senza compenso o rimborso.
Il tema non va quindi confuso con quello dell'indennizzo previsto dalla più recente disciplina per gli investimenti del concessionario uscente.
Concessioni balneari: le date da ricordare
Data Cosa prevede la disciplina 31 dicembre 2023 Termine cui il Consiglio di Stato riconduce la cessazione delle precedenti proroghe 30 giugno 2027 Termine previsto in sede di prima applicazione per l'avvio delle procedure di affidamento 30 settembre 2027 Limite ordinario della prosecuzione dell'efficacia dei titoli durante il passaggio alle gare Prima del 30 settembre 2027 Possibile conclusione della gara e subentro del nuovo concessionario La normativa contempla inoltre, in presenza di ragioni oggettive che impediscano di concludere la procedura, la possibilità di differire il termine per il tempo strettamente necessario e comunque non oltre il 31 marzo 2028.
Le concessioni balneari sono prorogate automaticamente fino al 30 settembre 2027?
Secondo il Consiglio di Stato, il termine del 30 settembre 2027 non attribuisce al concessionario un diritto a mantenere necessariamente il titolo fino a quella data. La prosecuzione è funzionale allo svolgimento delle procedure di affidamento.
Le gare per le concessioni balneari possono concludersi prima del 2027?
Sì. La sentenza n. 6539/2026 chiarisce che le procedure possono essere concluse prima del 30 settembre 2027, con conseguente possibilità di subentro del nuovo concessionario.
L'indennizzo al concessionario uscente è automatico?
No. Il riconoscimento dell'indennizzo deve essere verificato concretamente e il concessionario uscente deve provare l'esistenza degli investimenti effettuati e non ancora ammortizzati.
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Detraibilità delle assicurazioni nel 730/2026: per cosa spetta
Assicurazione nel modello 730/2026: dalle polizze vita a quelle contro gli infortuni, fino alle coperture per non autosufficienza e calamità naturali. Ecco quali premi si possono detrarre, quanto si recupera e quali sono i limiti previsti.
Anche le spese per l’assicurazione possono ridurre l’IRPEF da pagare con il modello 730/2026.
Non tutte le polizze, però, danno diritto allo stesso beneficio. La normativa fiscale prevede una detrazione del 19 per cento per diverse tipologie di premi assicurativi, ma cambiano requisiti e soprattutto gli importi massimi sui quali calcolare lo sconto.
Dalle assicurazioni sulla vita e contro gli infortuni alle polizze dedicate alle persone con disabilità grave, passando per quelle contro il rischio di non autosufficienza e per le coperture della casa contro gli eventi calamitosi, sono diverse le spese da verificare prima dell’invio della dichiarazione dei redditi.
Vediamo quindi quali assicurazioni si possono scaricare nel 730/2026 e quanto si può recuperare.
Assicurazioni nel 730/2026: controllare polizza e limiti prima della dichiarazione
Prima di inserire i premi assicurativi nel modello 730/2026 è quindi fondamentale verificare non soltanto quanto è stato pagato, ma anche la tipologia di rischio coperto dal contratto e la data di stipula o rinnovo.
Per le polizze vita e infortuni il limite ordinario è di 530 euro, mentre si arriva a 750 euro per le assicurazioni finalizzate alla tutela delle persone con disabilità grave e a 1.291,14 euro per quelle contro il rischio di non autosufficienza.
Per le assicurazioni degli immobili contro gli eventi calamitosi, invece, la detrazione ordinaria del 19 per cento non prevede uno specifico tetto di spesa.
Una distinzione importante, perché avere una polizza assicurativa non significa automaticamente poterla scaricare dal 730: è il rischio effettivamente coperto dal contratto, insieme agli altri requisiti previsti, a determinare il diritto allo sconto fiscale.
Quali assicurazioni si possono detrarre nel modello 730/2026
Le principali polizze che consentono di beneficiare di uno sconto fiscale sono:
- assicurazioni sulla vita e contro gli infortuni;
- assicurazioni a tutela delle persone con disabilità grave;
- assicurazioni contro il rischio di non autosufficienza;
- assicurazioni sulla casa contro gli eventi calamitosi.
Per ciascuna categoria sono previste regole specifiche, anche per quanto riguarda i limiti di spesa detraibile.
Assicurazione vita e infortuni: detrazione del 19 per cento fino a 530 euro
Per i premi delle assicurazioni sulla vita e contro gli infortuni è prevista una detrazione IRPEF del 19 per cento, da indicare nella Sezione I del modello 730/2026, nei righi da E8 a E10, con il codice 36.
Le condizioni cambiano in base alla data del contratto.
Per i contratti stipulati o rinnovati entro il 31 dicembre 2000 sono detraibili i premi delle assicurazioni sulla vita e contro gli infortuni, anche se pagati all’estero o a compagnie estere. Il contratto deve però avere una durata di almeno cinque anni e non deve prevedere la possibilità di concedere prestiti durante il periodo minimo.
Per i contratti stipulati o rinnovati dal 1° gennaio 2001, invece, la detrazione riguarda le assicurazioni che coprono il rischio di morte o di invalidità permanente non inferiore al 5 per cento, indipendentemente dalla causa.
Il limite massimo sul quale calcolare la detrazione è pari a 530 euro. Applicando l’aliquota del 19 per cento, il beneficio fiscale massimo è quindi di 100,70 euro.
Tra le polizze interessate possono rientrare anche quelle sottoscritte contestualmente a un mutuo per l’acquisto dell’abitazione, a condizione che rispettino i requisiti previsti.
Assicurazione per disabilità grave: limite fino a 750 euro
Un trattamento specifico è previsto per le polizze destinate alla tutela delle persone con disabilità grave, individuate ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge n. 104/1992.
Nel modello 730/2026 questi premi sono identificati dal codice 38.
Il limite massimo è pari a 750 euro, ma deve essere calcolato considerando anche gli eventuali premi versati per assicurazioni aventi ad oggetto il rischio di morte o invalidità permanente.
Di conseguenza, il tetto non va considerato automaticamente come aggiuntivo rispetto a quello previsto per le altre polizze.
Polizza contro la non autosufficienza: detrazione fino a 1.291,14 euro
Un limite più elevato è previsto per le assicurazioni che coprono il rischio di non autosufficienza nel compimento degli atti della vita quotidiana.
La spesa va indicata nel modello 730 con il codice 39 e il limite massimo dei premi agevolabili è pari a 1.291,14 euro.
La detrazione è riconosciuta a condizione che la compagnia assicurativa non abbia la facoltà di recedere dal contratto.
Anche in questo caso bisogna prestare attenzione al calcolo del tetto: l'importo di 1.291,14 euro deve essere considerato al netto dei premi relativi alle assicurazioni contro il rischio di morte o invalidità permanente e di quelli finalizzati alla tutela delle persone con disabilità grave.
Assicurazione casa nel 730/2026: quando spetta la detrazione
Tra le spese che possono trovare spazio nel modello 730/2026 ci sono anche quelle sostenute per determinate assicurazioni sulla casa.
Per le polizze stipulate o rinnovate dal 1° gennaio 2018, la detrazione ordinaria è pari al 19 per cento e riguarda le coperture assicurative relative a immobili e pertinenze contro il rischio di eventi calamitosi.
La spesa deve essere riportata nei righi da E8 a E10 utilizzando il codice 43.
Un aspetto particolarmente favorevole è l’assenza di uno specifico limite massimo di spesa per questa tipologia di premio.
Non basta quindi avere una generica assicurazione sull’abitazione: per accedere alla detrazione è necessario che la polizza copra il rischio di eventi calamitosi.
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Credito Iva, cosa succede se manca la dichiarazione?
Il credito Iva maturato in un anno per il quale è stata omessa la dichiarazione annuale e utilizzato in detrazione nell'anno successivo può essere recuperato dal Fisco attraverso il controllo automatizzato, senza un preventivo avviso di accertamento.
Il contribuente conserva però la possibilità di dimostrare in giudizio l'effettiva esistenza del credito.
A stabilirlo è la Corte di cassazione con l'ordinanza n. 23915 del 23 luglio 2026.
L'Agenzia delle Entrate può rilevare l'anomalia con il controllo automatizzato e procedere direttamente all'iscrizione a ruolo.
Non è quindi necessario un avviso di accertamento per contestare l'utilizzo del credito.
La conclusione, tuttavia, non equivale a una perdita automatica del credito. Al contribuente resta infatti la possibilità di dimostrarne in giudizio l'effettiva sussistenza.
Credito Iva con dichiarazione omessa: il caso
La controversia nasce da una cartella di pagamento notificata a una società a responsabilità limitata in seguito al controllo automatizzato previsto dall'articolo 54-bis del Dpr n. 633/1972.
La società aveva utilizzato nella dichiarazione Iva relativa al 2018 un credito maturato nell'anno precedente.
Per il 2017, però, non aveva presentato la dichiarazione annuale Iva.
L'Amministrazione finanziaria aveva quindi disconosciuto il riporto del credito e proceduto all'iscrizione a ruolo.
Il ricorso della società era stato respinto in primo grado.
I giudici avevano ritenuto legittimo il recupero effettuato dall'ufficio senza la preventiva emissione di un atto di accertamento.
Di diverso avviso era stata la Corte di giustizia tributaria di secondo grado.
Secondo i giudici d'appello, il controllo automatizzato avrebbe potuto essere utilizzato per correggere errori materiali, ma non per disconoscere il diritto alla detrazione vantato dalla società. Per procedere al recupero sarebbe stato quindi necessario un apposito avviso di accertamento.
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione davanti alla Cassazione.
Per la Cassazione basta il controllo automatizzato
La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'Amministrazione finanziaria. Il punto centrale riguarda la natura del controllo che il Fisco deve effettuare.
Quando il contribuente utilizza in un'annualità un credito Iva che sarebbe maturato nell'anno precedente, ma per quest'ultimo periodo non risulta presentata la relativa dichiarazione, si determina un'incongruenza rilevabile attraverso il controllo cartolare.
Non occorrono, in questa fase, valutazioni estimative, attività istruttorie o particolari indagini sulla posizione del contribuente.
L'Amministrazione deve sostanzialmente confrontare quanto indicato nella dichiarazione con le informazioni presenti nell'Anagrafe tributaria.
Di conseguenza, secondo la Cassazione, il controllo automatizzato previsto dall'articolo 54-bis del Dpr n. 633/1972 è sufficiente per procedere all'iscrizione a ruolo e alla conseguente emissione della cartella.
La Corte si pone così in continuità con l'orientamento già espresso dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 17758/2016.
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La dichiarazione omessa non significa che il credito non esiste
La pronuncia contiene però una precisazione decisiva, una cosa è la legittimità della procedura utilizzata dall'Agenzia delle Entrate per recuperare l'Iva; altra cosa è stabilire se, sul piano sostanziale, il credito vantato dal contribuente esista realmente.
Il sistema della detrazione Iva è infatti finalizzato a garantire la neutralità dell'imposta. La Cassazione distingue a questo proposito tra requisiti sostanziali e obblighi formali.
I primi riguardano, tra gli altri aspetti, la qualità di soggetto passivo del contribuente, l'assoggettamento a Iva degli acquisti e l'utilizzo dei beni e servizi acquistati per effettuare operazioni che danno diritto alla detrazione.
Gli obblighi formali comprendono invece gli adempimenti relativi alla contabilità, alla fatturazione e alla presentazione delle dichiarazioni.
L'omessa dichiarazione consente quindi all'Amministrazione finanziaria di rilevare l'incongruenza attraverso il controllo automatizzato, ma non impedisce al contribuente di provare davanti al giudice l'effettiva esistenza del credito e dei presupposti sostanziali della detrazione.
L'onere della prova, in questo caso, grava sul contribuente.
Credito Iva, conta anche quando viene esercitata la detrazione
C'è poi un secondo aspetto della decisione particolarmente importante nel caso esaminato: il credito contestato era maturato nel 2017, proprio a partire da quell'anno sono diventate applicabili le modifiche apportate dal Dl n. 50/2017 all'articolo 19 del Dpr n. 633/1972, che hanno ridotto il termine entro il quale può essere esercitato il diritto alla detrazione.
La Cassazione ricorda che, con la nuova disciplina, il diritto deve essere esercitato entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa all'anno nel quale il diritto stesso è sorto, e non più entro il termine della dichiarazione relativa al secondo anno successivo.
Il rispetto di questo limite temporale diventa quindi un ulteriore elemento da verificare.
Nel caso esaminato, sarà il giudice del rinvio a dover accertare la tempestività dell'esercizio del diritto alla detrazione, questione che può essere rilevata anche d'ufficio.
Sul piano sostanziale, invece, la partita non è necessariamente chiusa con la cartella, il contribuente può dimostrare in giudizio che il credito esiste effettivamente e che sussistono i requisiti sostanziali per la detrazione.
Ma, per i crediti soggetti alla disciplina applicabile dal 2017, questo non basta: occorre anche verificare che il diritto sia stato esercitato entro il termine previsto dalla legge.
È dunque dall'incrocio tra esistenza sostanziale del credito, prova fornita dal contribuente e rispetto dei termini per la detrazione che dipende la possibilità di far valere il credito Iva nonostante l'omessa dichiarazione
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Dichiarazione IVA omessa, scatta la liquidazione del Fisco: sanzione al 120%
Dichiarazione IVA omessa, scatta la liquidazione del Fisco: sanzione al 120%
L’Agenzia delle Entrate definisce le nuove regole per la liquidazione dell’IVA in caso di omessa dichiarazione annuale.
Con il Provvedimento n 239129/2026 del 28 agosto 2026 vengono attuate le disposizioni dell’articolo 54-bis.1 del DPR 633/1972, introdotto dalla legge n. 199/2025.
L’Amministrazione finanziaria potrà determinare l’imposta dovuta, anche attraverso procedure automatizzate, utilizzando fatture elettroniche, corrispettivi telematici, LIPE e versamenti già effettuati dal contribuente.
La procedura prevede comunque una fase di confronto: ricevuta la comunicazione dell’Agenzia, il contribuente ha 60 giorni per segnalare dati o elementi non considerati o valutati erroneamente, fornire chiarimenti oppure procedere al pagamento.
Per il riepilogo delle regole introdotte dalla Legge di Bilancio 2026 leggi Liquidazione automatica IVA annuale: novità dal 2026.
Ma da quando sarà attiva la novità? Seppur in vigore con la legge di bilancio 2026 e con il provvedimento in oggetto ci sono le regole operative datate 28 agosto, non è espressamente indicato l'avvio della novità.
Dichiarazione IVA omessa: cosa prevedono le nuove regole
Il provvedimento dà attuazione all’articolo 54-bis.1 del DPR 633/1972, che consente all’Agenzia delle Entrate di procedere alla liquidazione dell’imposta quando manca la dichiarazione annuale IVA.
La liquidazione può essere effettuata anche con procedure automatizzate e non pregiudica l’ulteriore attività di accertamento dell’Amministrazione finanziaria.
Un aspetto importante riguarda la stessa definizione di omissione: viene considerata omessa anche la dichiarazione presentata completamente priva dei dati relativi alle operazioni attive effettuate, quando tali informazioni sono necessarie per determinare il volume d’affari e liquidare l’imposta.
Quali dati usa l’Agenzia per calcolare l’IVA
La principale novità operativa consiste nella possibilità per l’Amministrazione di utilizzare le informazioni fiscali già disponibili nelle proprie banche dati.
La liquidazione può essere effettuata sulla base di:
Dati utilizzati Funzione Fatture elettroniche emesse e ricevute Determinazione dell’IVA a debito e a credito Corrispettivi telematici Determinazione delle operazioni attive LIPE Dati delle liquidazioni periodiche IVA Versamenti IVA effettuati Riduzione dell’importo ancora dovuto I dati delle fatture, dei corrispettivi e delle liquidazioni periodiche possono essere consultati dal contribuente o dall’intermediario delegato attraverso il portale Fatture e Corrispettivi.
I dati relativi ai versamenti sono invece disponibili nel Cassetto fiscale.Come viene determinata l’IVA dovuta
Per ricostruire l’imposta, l’Agenzia parte dall’IVA a debito risultante dalle fatture elettroniche emesse, dai corrispettivi telematici e dalle LIPE relative al periodo d’imposta sottoposto a controllo.
Da questo importo vengono sottratti:
- l’IVA a credito risultante dalle fatture elettroniche ricevute;
- l’IVA a credito risultante dalle LIPE presentate;
- i versamenti IVA già effettuati per il periodo interessato.
Il provvedimento stabilisce però una limitazione particolarmente importante: non viene considerato il credito risultante dalla dichiarazione relativa al periodo d’imposta precedente a quello sottoposto a controllo.
Dichiarazione IVA omessa: sanzione del 120% e interessi
Alla maggiore IVA risultante dalla liquidazione si aggiungono sanzioni e interessi.
Nelle motivazioni del provvedimento l’Agenzia precisa che sono dovuti interessi nella misura del 4% annuo e una sanzione amministrativa pari al 120% dell’imposta, in applicazione della disciplina sull’omessa presentazione della dichiarazione.
Il contribuente ha però la possibilità di ridurre sensibilmente la sanzione se interviene dopo aver ricevuto la comunicazione dell’Agenzia.
Pagamento entro 60 giorni: sanzione ridotta a un terzo
Se il contribuente paga entro 60 giorni dal ricevimento della comunicazione, l’iscrizione a ruolo non viene effettuata, in tutto o in parte, per le somme corrisposte.
In questo caso la sanzione viene ridotta a un terzo. Le motivazioni del provvedimento precisano inoltre che gli interessi si applicano nella misura del 3,5%.
Se, a seguito dei chiarimenti forniti dal contribuente, l’Agenzia ridetermina le somme dovute, il termine di 60 giorni decorre dalla ricezione della comunicazione definitiva.
Il pagamento deve essere effettuato tramite modello F24, ma senza possibilità di utilizzare la compensazione. Nelle motivazioni del provvedimento viene inoltre esclusa la rateazione prevista dall’articolo 3-bis del d.lgs. 462/1997.
Cosa succede se il contribuente non paga
Se le somme non vengono pagate nei termini previsti, imposta, sanzione e interessi vengono iscritti direttamente a ruolo a titolo definitivo.
In questo caso viene meno il beneficio della riduzione della sanzione previsto per il pagamento tempestivo.
Il provvedimento precisa inoltre che, per le somme iscritte a ruolo, non è ammessa la compensazione prevista dall’articolo 31 del DL 78/2010.
Come viene comunicato il risultato del controllo
Quando dalla liquidazione emerge un’imposta da versare, l’Agenzia comunica al contribuente le risultanze del controllo, consentendogli di fornire chiarimenti oppure di procedere al pagamento.
La comunicazione viene trasmessa tramite PEC:
- all’indirizzo risultante dall’INI-PEC;
- oppure al domicilio digitale speciale eventualmente eletto dal contribuente.
In caso di mancato recapito, l’Agenzia procede attraverso raccomandata con avviso di ricevimento.
La comunicazione e il prospetto analitico contenente gli estremi delle fatture elettroniche e dei corrispettivi utilizzati per effettuare la liquidazione saranno inoltre disponibili nella sezione “L’Agenzia scrive” del Cassetto fiscale.
Fino a quando l’Agenzia può liquidare l’IVA
Altro elemento da tenere in considerazione è da quando parte questa procedura, le fonti non lo dicono apertamente, e il termine entro il quale può essere attivata la nuova procedura.
Nelle motivazioni viene precisato che la liquidazione può essere effettuata entro il 31 dicembre del settimo anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata, senza pregiudizio dell’azione accertatrice.
La nuova procedura consente quindi all’Agenzia di utilizzare in maniera strutturata i dati provenienti dalla digitalizzazione degli adempimenti IVA per ricostruire l’imposta anche quando il contribuente non presenta la dichiarazione annuale.
Liquidazione IVA da parte delle Entrate in caso di omessa dichiarazione
Allegati:Nuovs liquidazione iva per omessa dichiarazione Regola Liquidazione IVA Possibile anche tramite procedure automatizzate Fonti utilizzate E-fatture, corrispettivi, LIPE e versamenti Credito anno precedente Non viene considerato Sanzione 120% dell’imposta Interessi 4% annuo Termine per chiarimenti/pagamento 60 giorni Pagamento entro 60 giorni Sanzione ridotta a un terzo Interessi in caso di pagamento tempestivo 3,5% Compensazione Non ammessa per il pagamento previsto dalla procedura Mancato pagamento Iscrizione diretta a ruolo Termine della liquidazione 31 dicembre del settimo anno successivo Come calcola l’Agenzia l’IVA se la dichiarazione annuale non viene presentata?
L’Agenzia può utilizzare fatture elettroniche, corrispettivi telematici, LIPE e versamenti IVA relativi al periodo d’imposta interessato, anche attraverso procedure automatizzate.
Quanto è la sanzione per l’omessa dichiarazione IVA?
Le motivazioni del provvedimento indicano una sanzione pari al 120% dell’imposta e interessi del 4% annuo. Se il contribuente paga entro 60 giorni dalla comunicazione, la sanzione è ridotta a un terzo.
Quanto tempo ha il contribuente per rispondere all’Agenzia?
Il contribuente dispone di 60 giorni dal ricevimento della comunicazione per fornire chiarimenti, segnalare dati o elementi non correttamente considerati oppure pagare le somme dovute.
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Accertamenti fiscali, cambiano le regole: i nuovi limiti per il Fisco
Il Dlgs 148/2026 è intervenuto tra gli altri, sul’attività di accertamento:
- nuovi termini per contestare i componenti negativi a efficacia pluriennale,
- perimetro più definito per la presunzione di distribuzione degli utili nelle società a ristretta base partecipativa,
- maggiori garanzie negli accertamenti fondati sull’antieconomicità.
Con il decreto legislativo 7 agosto 2026, n. 148, il cosiddetto decreto Omnibus, cambiano alcune delle regole che disciplinano l’attività di accertamento dell’Amministrazione finanziaria.
Il provvedimento è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 185 dell’11 agosto 2026 ed è entrato in vigore il 12 agosto 2026.
Tra le disposizioni di maggiore interesse figurano quelle contenute negli articoli 22, 23 e 24, che intervengono sull'accertamento, vediamo i dettagli
Componenti pluriennali: il termine di accertamento parte dal primo utilizzo
L’articolo 22 modifica l’articolo 43 del Dpr 600/1973 introducendo i nuovi commi 1-bis e 1-ter.
Per i componenti negativi del reddito d’impresa a efficacia pluriennale, fatta eccezione per quelli relativi a operazioni inesistenti, il termine per l’accertamento decorre dalla dichiarazione relativa al periodo d’imposta nel quale, per la prima volta, una quota del componente è stata dedotta.
Il riferimento è al termine previsto dall’articolo 43, comma 1, del Dpr 600/1973, in base al quale gli avvisi di accertamento devono essere notificati, ordinariamente, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione.
La nuova disposizione individua quindi un preciso momento dal quale calcolare la decadenza dell’Amministrazione finanziaria quando il componente negativo produce effetti fiscali distribuiti su più periodi d’imposta.
Il secondo periodo del nuovo comma 1-bis disciplina, inoltre, le annualità successive alla contestazione.
Una volta notificato l’avviso di accertamento, per il periodo d’imposta in corso al momento della notifica, per quello precedente e per quelli successivi torna ad applicarsi l’ordinario termine previsto dal comma 1 dell’articolo 43.
Restano comunque fermi sia i poteri di controllo sulla spettanza dei rimborsi eventualmente richiesti sia l’applicazione dell’articolo 1, comma 640, lettera b), della legge 190/2014.
In sintesi, si prevede una posizione netta in materia di componenti negativi pluriennali, tale per cui questi ultimi decorreranno dal periodo d’imposta nel quale il costo è stato dedotto per la prima volta e non, invece, da ciascuna annualità nella quale venga portata in deduzione una quota del medesimo componente.
Si riconduce quindi il potere di accertamento entro limiti temporali maggiormente prevedibili, facendo coincidere il dies a quo per le riprese con la prima dichiarazione nella quale il costo produce effetti fiscali, rafforzando il principio di certezza dei rapporti tributari ed evitando che il contribuente rimanga esposto al rischio di contestazioni fondate su eventi ormai molto risalenti nel tempo.
Società a ristretta base: la presunzione di distribuzione degli utili viene circoscritta
Un altro intervento significativo è contenuto nell’articolo 23, dedicato alle società di capitali a ristretta base partecipativa.
La norma disciplina espressamente la presunzione di distribuzione ai soci degli utili derivanti dal maggior reddito accertato nei confronti della società.
In particolare, la distribuzione può essere presunta, salva prova contraria, esclusivamente quando sia accertata, sulla base di elementi certi e precisi, anche di natura presuntiva, l’esistenza di:
- componenti reddituali positivi imponibili non contabilizzati e non dichiarati;
- componenti reddituali negativi che abbiano concorso alla formazione del reddito ma risultino indeducibili perché inesistenti.
La disposizione delimita così le fattispecie nelle quali il maggior reddito accertato nei confronti della società può riflettersi sulla posizione fiscale dei soci.
Non tutte le rettifiche operate nei confronti di una società a ristretta base partecipativa possono quindi determinare l’applicazione della presunzione. In particolare, il legislatore circoscrive espressamente il meccanismo ai ricavi non contabilizzati e non dichiarati e ai costi inesistenti.
Gli utili dei quali viene presunta la distribuzione sono assoggettati a imposizione in capo ai soci secondo la disciplina applicabile in funzione della loro natura.
Antieconomicità: lo scostamento dal valore di mercato, da solo, non basta
Con l’articolo 24, il decreto interviene anche sull’utilizzo dell’antieconomicità nell’attività di accertamento.
Ai fini delle imposte sui redditi e dell’Irap, la difformità tra il corrispettivo pattuito e il valore di mercato del bene o del servizio scambiato può rappresentare un indice dell’esistenza di un maggiore componente positivo o della carenza di inerenza di un componente negativo soltanto quando siano presenti ulteriori elementi indiziari che, anche valutati insieme allo scostamento, risultino gravi, precisi e concordanti.
La norma contempla tuttavia un’ulteriore ipotesi: gli altri elementi indiziari non sono necessari quando la stessa difformità rispetto al valore di mercato risulti manifesta e rilevante.
Ne deriva che, in via ordinaria, il semplice scostamento del prezzo praticato rispetto ai valori di mercato non è sufficiente, da solo, a fondare la rettifica.
L’antieconomicità continua pertanto a poter essere utilizzata nell’attività di controllo, ma il legislatore ne definisce più precisamente la valenza probatoria: allo scostamento devono accompagnarsi ulteriori indizi qualificati, salvo che la differenza rispetto ai valori di mercato raggiunga autonomamente i caratteri della manifesta rilevanza.
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Transazione fiscale, l’ipoteca si paga: la Cassazione chiarisce quando scatta l’imposta
L’ipoteca volontaria concessa a garanzia dei debiti tributari oggetto di una transazione fiscale con l’Agenzia delle Entrate non è esente dall’imposta ipotecaria.
La formalità non può infatti beneficiare dell’esclusione prevista dall’articolo 1, comma 2, del d.lgs. n. 347/1990 per quelle eseguite «nell’interesse dello Stato».
È quanto emerge dall’ordinanza della Corte di Cassazione n. 24487 del 5 agosto 2026, relativa a un’ipoteca costituita nell’ambito di un accordo di ristrutturazione dei debiti ai sensi degli articoli 182-bis e 182-ter della legge fallimentare.
La questione affrontata dalla Suprema Corte riguarda, in particolare, il significato da attribuire alla parola “Stato” ai fini dell’esenzione dall’imposta ipotecaria: secondo i giudici, il riferimento normativo è allo Stato-persona e non può essere esteso all’Agenzia delle Entrate.
Il caso: un’imposta ipotecaria da oltre 500mila euro
La controversia nasce da un avviso di liquidazione con il quale l’Amministrazione finanziaria aveva richiesto il pagamento di 505.970 euro per l’omesso versamento dell’imposta ipotecaria relativa a un’iscrizione concessa a garanzia di un accordo di ristrutturazione.
La vicenda era arrivata davanti alla Commissione tributaria regionale che, con la sentenza n. 9795/2022 aveva accolto l’appello di una persona fisica e di due società per azioni e annullato l’avviso.
Il ragionamento seguito dalla CTR si fondava sull’articolo 1, comma 2, del d.lgs. n. 347/1990.
La disposizione stabilisce, tra l’altro, che «non sono soggette all’imposta le formalità eseguite nell’interesse dello Stato».
Secondo il giudice tributario regionale, la formalità ipotecaria prestata a garanzia del pagamento del debito erariale oggetto della transazione fiscale con l’Agenzia delle Entrate doveva quindi essere considerata esente, in quanto eseguita nell’interesse dello Stato.
Perché la controversia è arrivata in Cassazione
Contro questa decisione l’Agenzia delle Entrate ha presentato ricorso per Cassazione, mentre le altre parti hanno resistito con controricorso.
Il ricorso era affidato a un solo motivo: secondo l’Agenzia, la CTR aveva violato o falsamente applicato gli articoli 1, 11 e 16 del d.lgs. n. 347/1990 e gli articoli 182-bis e 182-ter della legge fallimentare, riconoscendo erroneamente l’esenzione dall’imposta.
La Cassazione ha giudicato la censura ammissibile e fondata.
Prima di affrontare il problema interpretativo, tuttavia, la Corte effettua una precisazione significativa: l’ipoteca era stata rilasciata in favore e, dunque, nell’interesse dell’Agenzia delle Entrate.
La questione decisiva diventa quindi un’altra: un’ipoteca concessa nell’interesse dell’Agenzia delle Entrate può essere considerata, ai fini dell’articolo 1 del d.lgs. n. 347/1990, una formalità eseguita «nell’interesse dello Stato»?
La risposta della Cassazione è negativa.
Agenzia delle Entrate e Stato-persona non coincidono
Il primo passaggio del ragionamento riguarda la natura dell’Agenzia delle Entrate.
La Corte ricorda che l’Agenzia non costituisce un organo dello Stato, ma è un soggetto giuridico distinto, dotato di propria personalità giuridica e non organicamente collegato al Ministero dell’Economia e delle Finanze.
L’Agenzia svolge i servizi di accertamento e riscossione delle entrate tributarie statali attribuitile dall’articolo 62 del d.lgs. n. 300/1999, ma non può per questo essere assimilata allo Stato-persona.
La distinzione è determinante perché, secondo la giurisprudenza richiamata nell’ordinanza, quando le norme sulle imposte di registro, catastale, ipotecaria e di bollo utilizzano, ai fini di un’esenzione, formule quali «a favore dello Stato» o «nell’interesse dello Stato», il termine Stato deve essere riferito allo Stato-persona.
La Corte esclude un’interpretazione estensiva dell’agevolazione: quando il legislatore vuole riconoscere un beneficio fiscale anche ad altri enti pubblici, deve indicarlo espressamente.
I due limiti all’esenzione dall’imposta ipotecaria
La Cassazione individua anche un secondo argomento, ricavato dalla lettura coordinata degli articoli 11 e 16 del d.lgs. n. 347/1990.
L’articolo 16 prevede, in determinate ipotesi, la prenotazione a debito dell’imposta e il successivo recupero nei confronti del debitore.
L’articolo 11, invece, comprende tra i soggetti obbligati al pagamento anche i debitori contro i quali sia stata iscritta o rinnovata l’ipoteca.
Da queste disposizioni deriva, secondo la Corte, un “doppio limite” all’esclusione prevista per le formalità eseguite nell’interesse dello Stato.
Anche quando la formalità risponde all’interesse dello Stato alla riscossione dei tributi, quindi, l'esenzione non opera nei confronti del debitore contro il quale l’ipoteca è iscritta.
Diverso è il caso in cui lo stesso Stato sia contemporaneamente debitore dell’imposta e soggetto interessato alla formalità: in questa situazione l’esclusione trova giustificazione nell’impossibilità di far coincidere nel medesimo soggetto il debitore dell’imposta e il titolare del relativo credito.
Il precedente contrario del 2020 e l’orientamento successivo
La parte più interessante dell’ordinanza riguarda il confronto con la precedente giurisprudenza.
La stessa Cassazione riconosce espressamente che nel 2020 aveva raggiunto una conclusione opposta.
Con la sentenza n. 1899/2020 aveva infatti affermato che l’ipoteca volontaria costituita dal contribuente quale terzo datore di ipoteca, a garanzia del pagamento di debiti tributari, costituisse una formalità non soggetta a imposta perché eseguita nell’interesse dello Stato.
Questo orientamento è stato però successivamente superato. L’ordinanza n. 24487/2026 richiama infatti le pronunce nn. 21605, 21618 e 21623 del 2024 e n. 2690 del 2026, nelle quali la Cassazione è tornata sulla questione escludendo l’esenzione.
Il principio richiamato letteralmente dalla Corte è il seguente: «In tema di imposte e tasse ipotecarie, l'iscrizione di ipoteca costituita in favore dell'agente della riscossione, ed in relazione ad una transazione fiscale, non è riconducibile all'esenzione prevista, per le formalità eseguite nell'interesse dello Stato, dal DLgs. 31 ottobre 1990, n. 347, art. 1, comma 2, in quanto detta esenzione, al di fuori delle ipotesi tassativamente previste dallo stesso legislatore, deve essere riferita esclusivamente allo Stato-persona, e non a qualsiasi soggetto che svolga attività amministrativa di accertamento, e di riscossione, dei tributi né è sussumibile sotto il generale interesse dello Stato alla riscossione dei tributi».
Applicando questi principi al caso concreto, la Cassazione ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate e cassato la sentenza impugnata.
La causa è stata rinviata alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Sicilia, in diversa composizione, che dovrà pronunciarsi anche sulle spese del giudizio di legittimità e affrontare le questioni rimaste assorbite nella precedente decisione d’appello.
Non si tratta di una decisione innovativa in senso stretto. La conclusione raggiunta è infatti coerente con un orientamento già espresso chiaramente dalla Cassazione nelle ordinanze nn. 21605, 21618 e 21623 del 2024 e successivamente nella n. 2690/2026.
La pronuncia è comunque rilevante perché consolida il superamento del precedente contrario rappresentato dalla Cassazione n. 1899/2020.
Imposta ipotecaria su garanzia per transazioni fiscali: faq
FAQ
L’ipoteca concessa all’Agenzia delle Entrate per una transazione fiscale è esente dall’imposta ipotecaria?
No. Secondo l’orientamento seguito dalla Cassazione nell’ordinanza n. 24487/2026, non può beneficiare dell’esenzione dell’articolo 1, comma 2, del d.lgs. n. 347/1990.Perché l’Agenzia delle Entrate non beneficia dell’esenzione prevista per lo Stato?
Perché, ai fini della disposizione agevolativa, la Cassazione interpreta il termine “Stato” come riferito allo Stato-persona. L’Agenzia delle Entrate è invece un distinto soggetto giuridico.La Cassazione aveva sempre seguito questo orientamento?
No. La sentenza n. 1899/2020 aveva riconosciuto l’esenzione in un caso analogo. Le successive pronunce del 2024 e del 2026 hanno però affermato l’orientamento contrario, oggi ribadito dall’ordinanza n. 24487/2026. -
Affitto d’azienda o cessione: possono confondersi?
Un contratto formalmente qualificato come affitto d’azienda può essere riqualificato come cessione d’azienda anche ai fini IVA e delle imposte dirette, quando dall’esame complessivo dell’operazione emerge che le parti hanno concretamente realizzato il trasferimento dell’attività economica.
A chiarirlo è la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 23049 del 10 luglio 2026, che pone l’accento sulla funzione economica effettivamente perseguita dalle parti.
Il punto centrale della pronuncia riguarda anche gli strumenti utilizzabili dall’Amministrazione finanziaria: mentre ai fini dell’imposta di registro operano i limiti previsti dall’articolo 20 del D.P.R. n. 131/1986, in materia di IVA la qualificazione dell’operazione può tenere conto anche di elementi extratestuali, attraverso una valutazione globale delle circostanze del caso.
L’ordinanza n. 23049/2026 richiama l’attenzione sulla necessità di valutare le operazioni di affitto d’azienda non soltanto sotto il profilo della forma contrattuale, ma anche considerando gli effetti economici concretamente prodotti.
Per imprese, commercialisti e consulenti fiscali, il punto da verificare è soprattutto la coerenza tra la qualificazione giuridica scelta e l’assetto effettivamente realizzato.
In presenza di un trasferimento coordinato di personale, merci, beni strumentali, disponibilità dei locali e continuità dell’attività, la denominazione utilizzata dalle parti non mette al riparo da una diversa qualificazione fiscale.
Il principio enunciato è il seguente: “nella nozione di cessione d’azienda ai fini IVA, dunque, assume rilevanza centrale l’elemento funzionale, ossia il legame fra il singolo elemento aziendale e l’impresa, sicché solo in assenza di questo legame il bene potrà essere considerato autonomamente, mentre in caso contrario, l’operazione sottostante lo specifico contratto di cessione dovrà essere considerata come cessione d’azienda…”.
Affitto d’azienda riqualificato come cessione: il caso
La controversia nasce da un avviso di accertamento in materia di IVA, IRES e IRAP.
L’Agenzia delle Entrate aveva riqualificato come cessione d’azienda un’operazione formalmente configurata come affitto d’azienda tra una società per azioni e una società a responsabilità limitata.
Da questa diversa qualificazione erano derivati il recupero a tassazione di alcuni componenti di reddito e la contestazione di un’indebita detrazione IVA.
La riqualificazione non era fondata soltanto sul contenuto del contratto. L’Amministrazione aveva considerato una serie di circostanze relative al modo in cui l’operazione era stata concretamente realizzata.
Tra gli elementi valorizzati figuravano, in particolare:
- la cessazione dell’attività della società concedente immediatamente dopo il contratto,
- la prosecuzione dell’attività negli stessi locali
- il trasferimento oneroso alla concessionaria di merci, beni strumentali e personale.
Considerati unitariamente, secondo la prospettazione dell’Ufficio, questi elementi indicavano una realtà economica diversa rispetto alla qualificazione formale scelta dalle parti.
La società destinataria dell’accertamento aveva contestato l’operato dell’Amministrazione finanziaria richiamando l’articolo 20 del Testo unico dell’imposta di registro (D.P.R. n. 131/1986).
La disposizione stabilisce i criteri per l’interpretazione degli atti ai fini dell’imposta di registro e, nella formulazione vigente, impone di considerare gli elementi desumibili dall’atto presentato alla registrazione, prescindendo dagli elementi extratestuali.
Secondo la contribuente, l’Ufficio avrebbe quindi utilizzato impropriamente circostanze esterne al contratto per giungere alla riqualificazione.
Dopo il rigetto del ricorso in primo grado, la Commissione tributaria regionale con sentenza n. 525 del 27 aprile 2022, aveva accolto le ragioni della società, osservando che l’articolo 20 TUR non poteva trovare applicazione nell’ambito dell’IVA e delle imposte dirette.
L’Agenzia delle Entrate ha quindi proposto ricorso in Cassazione.
IVA e imposta di registro: due criteri diversi
È proprio la distinzione tra imposta di registro e IVA uno degli aspetti più rilevanti dell’ordinanza.
La Cassazione evidenzia infatti che i due tributi rispondono a presupposti differenti. Nell'imposta di registro assume rilievo lo specifico contenuto dell’atto sottoposto a registrazione; ai fini IVA, invece, occorre guardare all’operazione economica concretamente realizzata.
Di conseguenza, i limiti posti dall’articolo 20 del D.P.R. n. 131/1986 non possono essere automaticamente trasferiti sul terreno dell’IVA.
Ai fini dell’accertamento IVA, l’Amministrazione può dunque effettuare una valutazione complessiva delle circostanze, prendendo in considerazione tanto gli elementi contenuti nell’atto quanto quelli esterni al documento contrattuale.
Quando l’affitto può essere considerato una cessione d’azienda
Nel ricostruire la nozione di cessione d’azienda ai fini IVA, la Cassazione richiama l’articolo 2 del D.P.R. n. 633/1972, in base al quale le cessioni che hanno per oggetto aziende o rami d’azienda non sono considerate cessioni di beni ai fini dell’imposta sul valore aggiunto.
La Corte richiama inoltre la disciplina unionale e la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, soffermandosi sulla rilevanza dell’elemento funzionale.
Non è quindi sufficiente considerare isolatamente i singoli beni trasferiti, occorre verificare il legame funzionale tra gli elementi aziendali e l’attività d’impresa e stabilire se il complesso oggetto dell’operazione consenta, nel suo insieme, la prosecuzione dell’attività economica.
Il criterio diventa particolarmente importante quando, dietro una pluralità di atti o trasferimenti formalmente distinti, si realizza nella sostanza il passaggio di un’organizzazione aziendale idonea a continuare l’attività.
Per la Cassazione conta ciò che le parti hanno realmente realizzato
La pronuncia si inserisce inoltre nell’orientamento della Cassazione secondo cui, nell’interpretazione del contratto, la qualificazione attribuita dalle parti non è di per sé decisiva.
Ciò che occorre ricostruire è il risultato prodotto dal complessivo regolamento negoziale.
In questa prospettiva, la denominazione “affitto d’azienda” utilizzata nel contratto non impedisce all’Amministrazione finanziaria di verificare se l’insieme delle operazioni abbia invece determinato, nella sostanza, una cessione dell’azienda.
Non significa, tuttavia, che ogni affitto seguito dal trasferimento di alcuni beni possa automaticamente essere considerato una cessione. La qualificazione richiede una valutazione globale del caso concreto, nella quale assumono rilievo la funzione dei beni trasferiti, la continuità dell’attività e le altre circostanze che permettono di individuare l’effettivo assetto economico realizzato.
Gli elementi extratestuali possono essere utilizzati ai fini IVA
Da qui deriva il principio di maggiore interesse operativo.
Per gli accertamenti riguardanti l’IVA, secondo la Cassazione, la natura dell’operazione può essere ricostruita attraverso circostanze sia testuali sia extratestuali, senza applicare i limiti probatori previsti dall’articolo 20 TUR esclusivamente per la determinazione dell’imposta di registro.
Nel caso esaminato diventano quindi potenzialmente significativi elementi quali la cessazione dell’attività del concedente, il passaggio del personale, il trasferimento dei beni strumentali e delle merci e la possibilità per il nuovo soggetto di proseguire l’attività nei medesimi locali.
La Cassazione ha pertanto accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.
FAQ
Un affitto d’azienda può essere riqualificato come cessione d’azienda?
Sì. Secondo la Cassazione, occorre considerare l’operazione economica concretamente realizzata e non soltanto la denominazione attribuita al contratto dalle parti.
Il Fisco può utilizzare elementi esterni al contratto?
Ai fini IVA sì, secondo il principio affermato dalla Cassazione. I limiti dell’articolo 20 del D.P.R. n. 131/1986 riguardano l’imposta di registro e non impediscono, nell’accertamento IVA, una valutazione globale anche di circostanze extratestuali.
Quali elementi possono indicare una cessione d’azienda?
La valutazione dipende dal caso concreto. Possono assumere rilievo, tra gli altri, il trasferimento di personale, merci e beni strumentali, la disponibilità degli stessi locali e la continuità dell’attività economica.
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Pensione di sicurezza sociale tedesca: la quota esente in Italia
Con la Risposta n 164 del 24 agosto le Entrate chiariscono il caso di un pensionato tedesco di nazionalità italian che percepisce una pensione di sicurezza sociale tedesca e che la percepisce con residenza in Italia: decisiva la certificazione rilasciata dall’ufficio fiscale tedesco.
Pensioni tedesche, la quota esente certificata da Neubrandenburg non si tassa in Italia
La quota esente della pensione di sicurezza sociale tedesca, certificata dall’ufficio delle imposte di Neubrandenburg, non concorre alla formazione del reddito imponibile in Italia.
È quanto chiarisce l’Agenzia delle Entrate con la risposta a interpello n. 164/2026, dedicata al trattamento fiscale di una pensione tedesca erogata a un cittadino italiano residente in Italia e in precedenza fiscalmente residente in Germania.
Il chiarimento assume particolare rilievo per i pensionati rientrati dalla Germania, perché conferma che, al ricorrere delle condizioni previste dalla Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Germania, non deve essere necessariamente dichiarato come imponibile l’intero ammontare lordo della pensione.
Pensione tedesca: quando la tassazione spetta all’Italia
Il caso esaminato riguarda un cittadino italiano residente in Italia, beneficiario di una pensione erogata dall’Istituto nazionale tedesco di previdenza a fronte di contributi obbligatori versati durante un precedente rapporto di lavoro subordinato in Germania.
L’ufficio finanziario di Neubrandenburg aveva comunicato al pensionato la quota annuale esentasse del trattamento.
La disciplina deve essere ricostruita partendo dalla Convenzione Italia-Germania contro le doppie imposizioni.
Come ricorda l’Agenzia, l’art. 18 della Convenzione stabilisce, in via generale, che le pensioni derivanti da un’attività di lavoro dipendente nel settore privato sono tassate esclusivamente nello Stato di residenza del beneficiario.
Una disciplina specifica è però prevista per le pensioni riconducibili alla legislazione sulla sicurezza sociale.
Se una pensione di sicurezza sociale tedesca viene corrisposta a un cittadino italiano residente in Italia, il trattamento è assoggettato a imposizione esclusiva in Italia.
Quando, inoltre, il pensionato è stato precedentemente residente in Germania, entra in gioco il § 14, lett. e), del Protocollo alla Convenzione: l’imposta italiana è prelevata soltanto sull’ammontare che sarebbe imponibile secondo la legislazione tedesca.
La base imponibile italiana segue il limite previsto dalla Germania
La pensione resta soggetta alla potestà impositiva italiana, ma la base imponibile non coincide necessariamente con l’intero importo lordo percepito.
La stessa certificazione tedesca esaminata nell’interpello precisava infatti che dall’importo annuale lordo deve essere sottratta la quota del trattamento pensionistico che non sarebbe assoggettata a imposizione in Germania.
L’imposta italiana viene quindi applicata alla quota rimanente.
La soluzione è stata ulteriormente definita dall’accordo amichevole tra Italia e Germania, firmato il 15 e il 17 novembre 2025 e avente efficacia dal 1° gennaio 2025.
L’accordo stabilisce che le pensioni interessate, ricevute da cittadini italiani residenti in Italia, sono tassate esclusivamente nel nostro Paese, ma soltanto per l’ammontare che risulterebbe imponibile ai sensi dell’art. 22 della legge federale tedesca sul reddito delle persone fisiche.
Certificazione “a valenza unica” dall’ufficio di Neubrandenburg
Sul piano operativo assume quindi un ruolo centrale l’ufficio delle imposte di Neubrandenburg.
L’accordo amichevole prevede che l’ufficio tedesco rilasci ai pensionati residenti in Italia e in possesso della cittadinanza italiana una certificazione “a valenza unica” (“one time certificate”), nella quale viene indicata la quota della pensione di sicurezza sociale esente in base alla legislazione tedesca.
Il modello della certificazione è allegato all’accordo e specifica espressamente che il documento può essere presentato alle autorità fiscali italiane.
Si tratta dell’elemento documentale che consente di individuare la parte della pensione che, pur in presenza della tassazione esclusiva in Italia, deve essere sottratta dalla relativa base imponibile.
La quota esente in Germania resta fuori dall’imponibile italiano
La conclusione dell’Agenzia delle Entrate è netta: la quota della pensione di sicurezza sociale che l’ufficio di Neubrandenburg certifica come esente da imposizione in Germania non è soggetta alla potestà impositiva italiana, quando il trattamento è percepito da un cittadino italiano residente in Italia che, prima del trasferimento, sia stato fiscalmente residente in Germania.
Nel caso oggetto dell’interpello, pertanto, la quota certificata come esente non concorre alla determinazione del reddito da pensione fiscalmente rilevante in Italia per l’anno considerato.
Resta però una condizione essenziale: il contribuente deve essere stato fiscalmente residente in Germania prima di trasferire la propria residenza in Italia.
È proprio con questa precisazione che l’Agenzia chiude la risposta n. 164/2026.
Per i pensionati interessati, dunque, la certificazione rilasciata da Neubrandenburg assume un ruolo determinante: individua la quota del trattamento pensionistico tedesco che può essere esclusa dalla base imponibile dichiarata in Italia.